Cose che uno fa nel weekend

Le possibilità sono molteplici, a seconda che ci sia bello:

  • fare un giro in brughiera;
  • starsene al parco a prendere il (poco) sole;
  • fare un giro in barca a vela (c’è anche questo);
  • fare un giro a cavallo (ho solo indizi della presenza dei cavalli, ma abbastanza inequivocabili a meno di mastini infernali);

o brutto:

  • andare al cinema;
  • andare al teatro;
  • andare al museo di Bletchley Park;
  • andare a comprarsi un iPad, scaricarsi gli ebook di Hunger Games e schiantarsi da Starbucks a leggerli.

Nel mio caso c’era bello. Straordinariamente bello, e temperature quasi accettabili… e quindi cos’ho fatto?

Ho fatto la spesa, ho fatto un po’ di pulizie, e ho passato due giorni a leggere e commentare articoli scientifici, mi sono concesso mezz’ora contata di Minecraft [1] e poi, quando di leggere non ne potevo più e uscire non era più un’alternativa appetibile, mi sono dedicato a questo.

Una annotated literature review [2] dovrebbe essere in sè cosa relativamente facile da costruire: leggi roba, ci scarabozzi due commenti sopra, guardi la bibliografia e ti segni altra roba da leggere, e alla fine ricominci. Il processo a volte tende a convergere ma il più delle volte no [3].

Il primo problema con questo metodo è che ti costruisci un archivio di letture, ci puoi scorrere attraverso e ricordare in pochi secondi di cosa parla ciascun pezzo, se sei molto bravo ti costruisci vari percorsi per arrivare negli stessi posti, ma ad un certo punto arrivi al crocevia fatale in cui ti rendi conto che stai leggendo un piccolo capolavoro scritto da qualche luminare che riserva parole poco carine ad un articolo che hai già letto e che avevi trovato estremamente interessante.  Alla luce di ciò uno sarebbe tentato di rivedere la propria opinione sull’articolo così poco considerato da questo luminare, ma il dubbio è una cosa brutta.

Il secondo problema con questo metodo è che la scienza è fatta per essere discussa e, più sì che no, smontata. Capita quindi di trovare piccole gemme scritte nel lontano 1965 e non è che l’autore si mette a leggere tutto ciò che lo cita e ne riporta i commenti in calce al suo lavoro, sarebbe inumano, e quindi uno si deve chiedere se quel lavoro è ancora valido oppure no, se è stato citato, e quanto, in quali periodi è stato in maggior voga, e se per caso nel frattempo qualcuno l’ha demolito, l’ha rivalutato, l’ha visto sotto luci nuove eccetera.

Tutta roba interessantissima da sapere mentre si fa questo genere di lavoro ma purtroppo perfino Google Scholar aiuta pochino in questo senso: al limite potrebbe costruire catene di citazioni che portano da un articolo ad un altro, ma da qui a estrarre valutazioni di merito mi sa che siamo ancora lontani, almeno su larga scala. E quindi, in barba a tutto quello che ho detto sull’ingegneria del software, mi sono messo al lavoro.

Mi sono messo al lavoro anche su un altro giocattolo ma mi servirà del tempo per valutarne alcuni aspetti. Comunque ne parlerò. Mercoledì alle 6:50 ho l’aereo da Luton a Malpensa, il ritorno ce l’ho alle 21:50 di lunedì, quindi non so se per la prossima settimana scriverò qualcosa, in ogni caso mi riposerò.

  1. In cui peraltro sono morto e non ho ancora capito ad opera di cosa.
  2. Passatemi il barbarismo ma non so proprio come tradurlo.
  3. Nessuna delle due direzioni è del tutto sbagliata in sè, lo sbaglio è più probabilmente da ricercarsi a monte…

Decostruzione spirituale

Questa settimana dovevo fare due cose: una era iniziare la literature review, che è quel processo di decostruzione morale in cui uno si confronta con tutto lo scibile che riesce a trovare riguardo l’oggetto del proprio interesse e ne esce così spiritualmente mortificato che l’unica domanda che riesce a formulare è “ma perché non apro un bar con biliardo alle Hawaii?”; l’altra era leggere un probation report, che è quel documento con cui, al termine del primo anno di studi, una commissione giudica se lo studente è degno di proseguire le sue sofferenze verso il conseguimento del massimo titolo accademico o se è meglio che consideri l’idea di aprire un bar con biliardo alle Hawaii. Il fine di tutto ciò non è il mero attraversamento di una valle di lacrime, il prostramento fisico e morale, la realizzazione finale che sì, potrebbe essere che la tua idea abbia successo e tutti la usino, ma è largamente più probabile che invece diventi un’insignificante nota a piè di pagina in qualche altra literature review. No, il fine di tutto ciò è fornire una conoscenza di base della materia e un’idea di quali quest dovranno essere portate a termine entro il primo anno.

Tralasciando il fatto che il probation report che mi era stato indicato nessuno sa dove trovarlo, ho proseguito a leggere articoli più o meno attinenti, e una tesi di dottorato che mi era stata caldamente consigliata come fulgido esempio di virtù e successo accademico. Io l’ho letta. Ad un certo punto, per la verità, ho tirato dritto fino alle conclusioni. Il punto è che certi capitoli non era chiarissimo perché fossero stati inseriti. Certo, stavano in argomento, ma non avevano un vero filo conduttore. Insomma, sono confuso, ma confido nella saggezza dei miei supervisori. I quali peraltro si aspettano un report scritto su tutto ciò entro martedì, quindi ho provveduto a riassumere le cose di quella tesi e di quegli articoli che più mi sembravano avere a che fare coi miei interessi, gli ho dato una spolverata, una lucidata, e insomma mi pare che stiano assieme.

C’è un’altra faccenda che ho voluto cominciare a levarmi dalle palle prima possibile, cioè quella di etica e sicurezza. Il problema che sorge quando si vogliono compiere studi con uomini, donne, bambini ed altri animali è che c’è sempre in agguato un’associazione in difesa del porcospino bianco, nano e pure un po’ sfigato del Borneo [1] e bisogna pararsi il culo in tutti i modi possibili. Ovviamente, quando si viene agli umani, la preoccupazione più grossa riguarda privacy e rispetto dei diritti umani, ma questo in gran parte, e almeno nel mio caso, si risolve applicando regole di buon senso [2]. Il problema sorge quando si vorrebbe lavorare con i cosiddetti “gruppi vulnerabili” come, per esempio, i disabili o i bambini. I bambini comportano la necessità di essere sempre almeno cinque mosse avanti all’avversario e vivere con il fiato di Murphy costantemente sul collo: bisogna essere sicuri che non sbattano la testa su uno spigolo tagliente, che quello che inevitabilmente si metteranno in bocca non sia tossico o inghiottibile, che quello che altrettanto inevitabilmente si tireranno addosso gli uni con gli altri non causi danni permanenti, che non riescano ad infilare le dita bagnate di saliva in qualche presa di corrente, e soprattutto bisogna evitare di traumatizzarti il pupo [3] che poi lo psichiatra non lo paga mica il NHS e comunque da grande potrebbe diventare un serial killer di interaction designer che non è mica una bella cosa. Insomma, per tagliare la testa al toro [4] ho iniziato a buttare giù qualche parola di buon senso un po’ in generale, individuando qualche problematica e suggerendo che, per fare un buon lavoro, bisogna chiedere agli esperti di sicurezza. Quanto all’etica, sono riuscito ad essere addirittura più vago: “eh, se li filmiamo potremmo tirare via le facce dal filmato in post, no?”.

Sì, insomma. Al momento in cui scrivo in UK sono iniziati i festeggiamenti nazionali per il mio compleanno. Ho appena rinnovato per un altro anno la registrazione di questo sito, e Apple si è premurata di ricordarmi che tra meno di un mese mi scade l’iscrizione al programma sviluppatori iOS. Ora mi stappo un chinotto [5] e poi vado a dormire ché forse domani fa sole.

  1. Sì, c’è anche per gli umani.
  2. Non è che sto lobotomizzando nessuno, alla fine…
  3. Sempre ricordando che “non è Xadhoom che ti traumatizza il pupo”.
  4. E per cominciare a costruirmi questa cosa misteriosa chiamata skills review che io francamente ancora non ho capito in cosa di preciso dovrei essere skillato ma vabbè…
  5. SPOILER: in UK non c’è.

Salire sulle spalle dei giganti

L’aver fatto un certo percorso, l’aver affrontato un certo ragionamento, e l’essere arrivati a certe conclusioni ed ipotesi per poi scoprire due anni dopo che da alcuni decenni c’è uno studio che, per altri percorsi ma con ragionamenti del tutto analoghi, è arrivato alle stesse conclusioni e ha formulato le stesse ipotesi è una di quelle cose che un po’ ti stordisce, tipo violenta mazzata alla nuca.

Capiamoci: è un fatto positivo su molti versanti aver trovato queste teorie di Edwin Gordon [1] soprattutto perché fino a ieri ero roso dal dubbio che le mie conclusioni e le mie ipotesi non fossero poi così fondate. Avere alle spalle alcuni decenni di ricerca fondati sulle stesse ipotesi è quantomeno rassicurante, e in tutta onestà mi sento molto sollevato. Il punto cardine di questa “Music Learning Theory” sta, banalizzando molto, nella capacità di leggere una notazione musicale di qualche tipo non già decodificandola come farebbe chiunque avesse smesso di studiare musica in terza media, ma allo stesso modo in cui leggiamo un libro, cioè sentendo in testa le parole e le frasi e riuscendo a ragionarci ed assimilarle nello stesso istante.

Per acquisire questa abilità, questa teoria descrive un percorso che include bambini da 0 a 9 anni [2] e fornisce a ciascuno, a seconda della “attitudine musicale” individuale [3], un percorso per struttura formale analogo ai tradizionali metodi educativi di sintesi/analisi/risintesi [4] e organizzato praticamente in modo analogo alla sequenza dell’apprendimento del linguaggio parlato. In una prima fase si ascolta, successivamente si viene incoraggiati a ripetere, dapprima suoni e pattern ritmici e melodici estremamente semplici e via via sempre più complessi, poi si passa ad incoraggiare la creatività, cioè si cerca di instaurare un dialogo in cui suoni e pattern vengono messi in relazione e si incoraggiano gli studenti a provare a crearne di nuovi, e infine si introduce una notazione e le si associano i simboli sonori appresi fino a quel momento [5], e la parte interessante di tutto questo percorso è che si tratta esattamente dello stesso percorso che un neonato affronta per imparare a parlare, e poi a leggere e a scrivere.

La risultante capacità [6] è in realtà una capacità che molti musicisti di alto livello e lunga esperienza posseggono, ma a spese di anni e anni di pratica ed esercizio. I bambini che hanno seguito il percorso proposto da Gordon hanno, chi più e chi meno, acquisito questa capacità in giovane età, e questo con ogni probabilità sarà per loro un vantaggio formidabile per affrontare lo studio teorico della musica e pratico di uno strumento musicale.

Beh, dopo aver letto tutta questa faccenda mi sono fermato a fare un lungo respiro, mi sono appoggiato allo schienale, e mi sono sentito meglio.

  1. Fu contrabbassista di Gene Krupa, poi dedicossi all’educazione musicale e finì ricercatore nella pedagogia per la prima infanzia. Io credo che se fossi stato contrabbassista di Gene Krupa difficilmente l’avrei mollato per darmi all’insegnamento…
  2. C’è questa soglia dei 9 anni individuata da Gordon e sembra che ci siano ragioni fisiologiche che la supportano, ma poi l’evidenza empirica dice che in alcuni casi si può arrivare fino ai 12 anni.
  3. Una specie di “potenziale di apprendimento” misurato attraverso dei test codificati.
  4. Sintesi: una panoramica generale sull’oggetto dello studio; analisi: uno studio dettagliato e particolareggiato dello oggetto; risintesi: una nuova panoramica più approfondita sull’oggetto alla luce di quanto appreso durante l’analisi.
  5. Potrei aver fatto un po’ di casino, ma più o meno siamo lì.
  6. Gordon la chiama “audiation” che non saprei come tradurre dato che è un termine coniato da lui.

Blending in

Il fatto è che questo Regno Unito me lo dovrò far andare bene, in qualche modo.

Nei mesi in cui ho vissuto a Barcellona non mi sono ambientato subito, mi ci è voluto un po’ per capire tempi, ritmi e usanze, ma alla fine sono riuscito a farli miei, ho conosciuto le persone, ho imparato a vivere nella città che aveva deciso di ospitarmi. Sono sicuro che sia stata la città a deciderlo perché io, per costituzione, quando vado in un posto nuovo, mi sento sempre l’ospite fino a prova contraria, e si sa che dopo tre giorni l’ospite è come il pesce. Ero un po’ spaventato quando sentivo dire che i catalani erano un po’ duri e scontrosi, ma mi rincuorava il fatto su cui tutti concordavano per cui, una volta fatta conoscenza reciproca, diventavano le persone più ospitali del mondo, e alla fine è stato così. La città mi ha fatto sentire a casa mia. Ero a casa mia [1]. Ho lasciato una fetta di cuore tra quelle strade e quelle genti, e quando mi è capitato di tornarci, la prima cosa che ho fatto è stata attraversare la città vecchia a piedi, andare a salutare tutti quei posti per cui ero passato spesso senza troppo badarci, e alla fine andare a vedere il mare–io che proprio col mare c’entro come un tonno con l’autoscontro.

È quasi un mese che vivo nella radice cubica della provincia inglese [2] e continuo a sentirmi un ospite. Ho tre anni davanti, quindi non ho molta fretta, e in più avere un appartamento in cui le regole sono le mie aiuta molto. Oggi stavo guidando quando un signore con due bambini mi ha superato in uscita da una rotatoria [3] e in quel momento ho notato che i due bimbi—uno in realtà doveva avere superato i 12 anni almeno—mi fissavano ad occhi sbarrati e bocca spalancata. Certo, vedere un’auto con la guida a rovescio da queste parti non è cosa di tutti i giorni [4], ma anche fissarla come un’astronave aliena non è molto fine. Eh, signora mia, ma sono bambini, li lasci fare. Io li lascio fare, è stato divertente salutarli e vederli voltarsi dall’altra parte improvvisamente, come se si fossero sentiti scoperti a guardare dal buco della serratura la vicina che si spoglia, ma comunque non è che la punta di un iceberg fatto di tante buone maniere, ma sotto sotto sembra sempre che a parlarti ti facciano un favore. E insomma, è quasi un mese che giro per i posti, faccio la fila ai supermercati, cerco di essere gentile con la gente [5], vado in banca, dal dottore e tutto quanto. Di norma non tendo alla paranoia ma fin’ora gli unici momenti in cui mi sento un po’ meno ospite sono in università [6] e in casa, il che non è un buon segno [7].

Ho tre anni davanti, sono fiducioso, ma una città il cui centro è un centro commerciale [8] non è che mi faccia venire molta voglia di tornarci quando sarà tutto finito.

  1. Escludendo il fatto che a “casa mia” ci stavo il minimo indispensabile per svariate ragioni tra cui il tipo che mi subaffittava la camera, ma è una lunga storia che non vale la pena raccontare.
  2. Grazie Tito :)
  3. Niente di strano, qua guidano in modo folle, ma di questo parlerò un’altra volta.
  4. Anche se ribadisco che mi fa ugualmente strano perché quelli che guidano sbagliato, al mondo, sono loro :)
  5. Io! orso come sono…
  6. E anche qui c’è questo modo di fare per cui prima di poter parlare con qualcuno devi essere presentato che è fastidiosissimo ma vabbè, è una cosa notoriamente inglese…
  7. La situazione è tale per cui quando ieri una del personale del supermercato mi ha chiamato per avvisarmi che stavano aprendo una nuova cassa mi sono sentito un po’ più parte della gente. Poi è arrivata la cassiera con quel suo “goodbye dear” tra i denti da vecchia zia a rovinare tutto.
  8. Peraltro nemmeno un granché: volendo escludere ristoranti, gioiellerie e abbigliamento, ci sono un negozio di musica e uno di libri, e nessuno dei due particolarmente fornito.

Calcolare la rotta

Ok, ricominciamo da dove eravamo rimasti, cioè qui, qui e qui. Ci siamo? Bene, perché è venuto il momento di fare un passo avanti e levarsi definitivamente di dosso l’idea che l’informatica si occupi solo di dati, algoritmi e software gestionali [1]. A questo punto l’idea è di capitalizzare sulla tesi specialistica per tirarci fuori un dottorato, che sembra facile ma non è neanche così difficile. Il punto è che devo trovare un tema interessante a cui dare un qualche tipo di contributo originale [2].

Nella tesi avevo descritto il meccanismo dell’apprendimento implicito con riferimento ai linguaggi naturali e alla musica. Questo meccanismo è una di quelle meraviglie della Natura per cui un individuo apprende informazioni anche piuttosto complesse attraverso la mera esposizione, senza quindi un processo cosciente di apprendimento. Ad esempio un bambino, durante la primissima infanza, viene esposto, tra gli altri, a due tipi di stimoli fondamentali: visivo e verbale. Attraverso il primo impara a riconoscere i volti, le forme, gli oggetti; attraverso il secondo impara a riconoscere i suoni, ad imitare le parole, associa suoni e parole ad oggetti e concetti, e infine inizia a comporli in frasi, sempre copiando quello a cui è costantemente esposto: il linguaggio usato dagli individui che lo circondano. Senza rendersene conto ha imparato a parlare. A quel punto però subentra la necessità di formalizzare questa conoscenza, completarla, portarla all’elevato livello di astrazione che ci consente di comunicare tutti i giorni e di apprendere facilmente nuove lingue.

Fin qui tutto liscio, si direbbe, ma che c’entra la musica? Ebbene, sembra che l’origine di quella che chiamiamo musica, cioè di sistemi tonali con relazioni tra i toni e tutte cose, sia estremamente simile a quella dei linguaggi naturali [3]. Vedendo la faccenda in quest’ottica, viene spontaneo individuare elementi analoghi ai simboli fondamentali, alle parole e alle frasi dei linguaggi naturali, e in effetti esce che esistono dei musicologi che sono riusciti con relativo successo ad affrontare alcuni brani con un approccio di grammatiche generative [4]. Sembra però che la musica sia un linguaggio estremamente più strutturato di qualsiasi altro linguaggio naturale, il che non significa che ne perde le caratteristiche, ma che l’idea di cercare una specie di grammatica unica in grado di accomunare tutti i sistemi tonali ha un certo fascino. Per fortuna sembra non sia il caso, e d’altro canto risulta un po’ complicato immaginare una sola grammatica in grado di generare lingue molto diverse tra loro come l’inglese e il cinese [5]. L’idea piuttosto potrebbe essere quella di cercare delle grammatiche particolari applicabili ad una certa categoria di brani in qualche modo analoghi, che è più o meno quello che si fa quando analiziamo un passo di qualche poema epico o l’ultimo libro di Fabio Volo [6]. Il passo che ci mancherebbe a questo punto sarebbe quello per cui non solo siamo in grado di capire un linguaggio ma anche di riprodurlo partendo dagli esempi noti e trasformandoli per costruire frasi originali, di fatto inferendo e usando le regole per creare nuove frasi e nuovi significati. Per fortuna il buon vecchio Noam [7] ci viene in auto con le grammatiche trasformazionali. Senza dilungarci su questi frangenti [8] torniamo a noi, cioè al mio dottorato.

Alla luce di tutto ciò, e di una certa quantità di altre cose tra cui alcune esperienze personali e certe evidenze empiriche suffragate da parti non sospette [9], l’idea che ho avuto è più o meno sintetizzata da questa foto,

e cioè: sarà mai possibile usare questo strumento per spingere un po’ questo apprendimento implicito, trasformandolo da una mera esposizione passiva ad un processo più attivo e, soprattutto, divertente? L’idea di fondo resta la stessa: si espongono i bambini [10] ma con un passo in più, cioè rendendoli parte attiva della musica usando uno strumento estremamente semplice e contemporaneamente potente, che non sia un pianoforte, un violino o una tromba. Immagino [11] che per un bimbo di 4 o 5 anni non sia l’esperienza più esaltante della sua vita stare seduto anche solo mezz’ora davanti ad uno strumento imponente e pieno di tasti misteriosi a premerne qualcuno perché così ti dice un signore che sta seduto lì di fianco. O cercare di arrivare a pizzicare le corde di una chitarra grande quasi come lui.

L’idea di far sperimentare la musica ai bambini probabilmente non è nuova, la novità starebbe nel rimuovere i limiti dei semplici strumenti che un bambino può affrontare e mettergli in mano uno strumento che, con la stessa immediatezza, possa produrre musica complessa. La differenza tra un computer e uno strumento musicale tradizionale è che nel computer possiamo programmare una logica, un’intelligenza, un percorso educativo [12] e questo, se strutturato con criterio, può aiutare a far emergere nozioni e rinforzare strutture che altrimenti se ne starebbero a flutturare nell’iperuranio cerebrale del bambino ingiustamente [13] in attesa di essere rimestate e pescate dal cucchiaio di legno di qualche insegnante nel prossimo (o tragicamente distante) futuro. Insomma, l’imitazione e il rinforzo positivo sono sempre modi intelligenti per insegnare alle menti semplici [14] o a quelle da plasmare [15]. Il rinforzo negativo funziona, ma può creare traumi e sensi di colpa inutili, e c’è sempre tempo per attuarlo quando la mente è pronta ad affrontarlo.

Ma c’è un’altra direzione interessante, anche se negli ultimi giorni mi sono reso conto che forse non è praticabile come credevo ma che, alle brutte, può sempre inserirsi più avanti, ed è quella dei disabili, da una parte quelli per cui è difficile, o addirittura impossibile, suonare uno strumento musicale tradizionale [16], e dall’altra quelli che hanno difficoltà ben diverse come i disturbi dello spettro autistico [17].

Ecco. Queste sono due faccende che non so bene come affrontare, probabilmente la seconda è più complicata della prima, e riguardo la prima sono più fiducioso di riuscire ad inventarmi qualcosa, ma entrambe mi interessano molto. Non solo non so come affrontarle ma non ho chiarissimo nemmeno come dargli una dimensione adeguata a diventare un tema di dottorato, ma questo confido sarà chiaro una volta stabilita la direzione in cui voglio muovermi [18]. Io, per me, in questo momento, sono più propenso a seguire la pista dell’educazione e prendermi del tempo per capire come farci rientrare anche quella dei disabili, magari a quel punto sfruttando la natura collaborativa e cooperativa di un un tavolo interattivo per coprire e studiare le interazioni con lo spettro autistico–che, tra tutti i disturbi, è quello che mi interessa di più.

Insomma, lancio un appello. Lo so che siete sempre i soliti quattro cinque stronzi, ma so anche che non siete gli ultimi stronzi e che, direttamente o indirettamente, qualche idea me la potreste dare. Prometto che mi faccio un taccuino su cui vi segno uno a uno con allegato contributo e poi vi ringrazio pubblicamente (e vi invito al buffet, se fra tre anni ci sarà l’occasione di organizzarne uno).

PS. Era un mucchio di tempo che volevo usare le footnote nel MorphLog per citare roba scientifica :)

  1. Che non è che non siano importanti, restano sempre le basi, però non è che possiamo fermarci lì, sennò non andiamo da nessuna parte. Capito, caro tessuto industriale italiano?
  2. C’è un libro qui che dice testualmente “You don’t need to make a major discovery to get a PhD — you just need to show that you’re able to do good enough research by yourself”. Insomma, basta che te te rangi.
  3. Jean Molino. Toward an evolutionary theory of music and language. In Nils Lennart Wallin, Bjorn Merker, and Steven Brown, editors, The Origins of Music, Bradford books, pages 165–176. The MIT Press, 2000.
  4. Nicolas Ruwert and Mark Everist. Methods of analysis in musicology. In Music Analysis, volume 6, pages 3–36. Blackwell Publishing, 1987.
  5. Poi esce che inglese e cinese hanno molto più in comune di quanto io sappia: perdonatemi, non ho studiato cinese.
  6. Lo so, mi odio un po’ da solo, ma era per far capire la differenza.
  7. Noam Chomsky. Aspects of the Theory of Syntax. The MIT Press, 1965.
  8. Operazione che peraltro rivelerebbe in tutta la sua drammaticità la mia profonda ignoranza della faccenda.
  9. Penso ci siamo accorti tutti che, dopo aver imparato a suonare uno strumento, impararne un altro diventa molto più facile e meno frustrante, no?
  10. Adesso dico i bambini, ma il trucco sembra funzionare in modo simile anche in età più avanzate.
  11. Immagino perché da bambino ero scemo e ho rifiutato l’offerta di andare a lezione di pianoforte.
  12. Ok, sto cominciando a parlare come quelli che negli anni ’90 realizzavano i CBT.
  13. Se anche tu fluttui nell’iperuranio ingiustamente, e tu lo sai, batti le mani.
  14. Biscotti, cani.
  15. Biscotti, bambini.
  16. E non mi riferisco solo ai paraplegici ma anche alle persone affette dalle varie sindromi per cui un difetto cognitivo o dell’apprendimento gli rende ugualmente difficile la cosa.
  17. Senza contare i vari affetti da sindromi da deficit di attenzione o generiche difficoltà sociali e relazionali che uno magari non li chiamerebbe disabili ma disadattati e non è mica tanto bello neanche quello, eh.
  18. A questo serve avere amici già avanti negli studi, vero? :)