Maledetto lock-in

Il lock-in è una pratica per cui un produttore fa in modo che i suoi clienti abbiano difficoltà e costi notevoli ad usufruire di beni e servizi di un altro produttore a lui concorrente. Detta così suona veramente male, ma a guardare la realtà dei fatti invece sembra che sia la tattica commerciale più in voga, non solo tra i produttori, ma anche troppo spesso tra i clienti—anche se, a volte, inconsapevolmente.

Nel mio piccolo mi trovo spesso ad ascoltare discorsi tipo “io fin qui posso arrivare ma se devi andare oltre devi ricontattare quello che ti ha fatto il lavoro” oppure “il vecchio programmatore ci ha lasciati, non sappiamo come mettere le mani sul suo lavoro e già altri due programmatori ci hanno prospettato di rifare tutto da capo”. È chiaro il problema: qualche sedicente professionista ha fatto un pessimo lavoro che funzionava benissimo finché dietro c’era lui ma nel momento in cui un’altra persona deve metterci mano, ecco che sorgono i problemi. E purtroppo questi altri sedicenti professionisti sembra non vedano l’ora di assicurarsi per la vita un nuovo cliente rifacendogli tutto male come prima ma in modo che solo loro sono in grado di gestire, e via così. Senza tenere conto che per la vita c’è solo la morte e che oggi siamo qui ma domani chissà, mentre il nostro lavoro facilmente ci sopravviverà.

Abbiamo visto perché il lock-in è male per i clienti, ma vediamo perché al fornitore può sembrare un’ottima idea. È chiaro che assicurarsi un cliente che torna è una garanzia economica, ma la questione è che se, per qualsiasi motivo, il cliente si trova costretto a rivolgersi ad altri, è fregato. Risultato: un cliente di cattivo umore e una pessima figura per il fornitore che verrà invariabilmente bollato come incompetente, imbecille, disadattato, o peggio. Non sarebbe meglio avere un cliente felice e soddisfatto che, a quel punto, torna da noi perché gli abbiamo fatto un buon lavoro? E se per caso dovesse rivolgersi ad altri, in primo luogo non dovrebbe affrontare costi impraticabili, e in secondo luogo il fornitore farebbe una figura migliore sia con il cliente che col nuovo fornitore che a sua volta, se un bel giorno avesse bisogno di una mano, potrebbe ricordarsi di quel suo collega, non di quel suo acerrimo e sleale concorrente.

A queste premesse, evidentemente non c’è possibilità di vittoria. Purtroppo l’informatica è un campo talmente archetipico per questo genere di comportamento per cui l’espressione “reinventare la ruota” si applica con frequenza allarmante. Praticamente ogni giorno mi trovo di fronte a ruote ogni volta diverse e, quel che è peggio, ogni volta fatte male, perché se la ruota fosse fatta bene, nessuno avrebbe difficoltà ad aggiustarla qui e là quando serve. Ovviamente l’ideale sarebbe non reinventare la ruota ma usare una ruota già fatta. Uscendo dalla metafora della ruota che, a questo punto, comincia a mostrare qualche limite, la questione è: perché riscrivere un framework quando ne esistono già di eccellenti? Perché rifilarmi i tuoi esperimenti che io lo so già al 150% che troverò un bug talmente notevole e imbarazzante che resterò un quarto d’ora a cercare di rimettermi la mandibola in sede?

Perché voi clienti non pretendete la garanzia contrattuale che il lavoro che vi viene fornito sia eseguito a regola d’arte e che impieghi soluzioni ad hoc solo ed esclusivamente quando non sia stato possibile trovare una soluzione sviluppata da terzi e con relative garanzie di funzionamento? Perché non è concepibile l’idea che spendere un po’ di più adesso si riflette in notevoli risparmi sul medio e lungo termine?

Forse perché fin’ora siete stati regolarmente turlupinati da supposti esperti che invece poi è uscito che erano degli incompetenti, degli imbecilli, dei disadattati? Mh, forse sì.

Come rivoluzionare il trasporto pubblico e salvare il Bel Paese

Trenitalia: vaffanculo. Bon, ora che l’ho detto possiamo tornare a ragionare da persone civili.

Da cinque mesi ho un’auto [1] e spendo in media 250 euro di benzina [2] per fare approssimativamente 2500 km al mese. L’auto l’ho comprata perché ero arrivato ad un notevole punto di esasperazione nei confronti di Trenitalia e, sebbene fare acquisti seguendo impulsi emotivi non sia mai una buona idea, né una cosa a cui sono particolarmente avvezzo, alla fine mi ritrovo con un’auto e tutte le cose che questa comporta. Ma oggi non siamo qui per parlare della mia auto, bensì dello stato penoso del trasporto pubblico italiano.

Ora, sono il primo ad ammettere che non so come funzioni nelle altre Regioni, conosco a mala pena la metro di Milano, ancora meno conosco quella di Roma, ho fatto qualche corsa sugli autobus di Bologna, Verona, Vicenza e Padova, un giro in vaporetto a Venezia e morta lì. Si può dire che conosca meglio la situazione all’estero, paradossalmente. Ma non siamo qui neanche per parlare del trasporto pubblico all’estero [3].

C’è un’idea che mi affascina moltissimo quando si parla di trasporto pubblico, ed è il servizio integrato. Questa locuzione altisonante vuol dire che operatori che forniscono servizi diversi [4] permettono di viaggiare con un solo titolo su mezzi diversi all’interno di un certo territorio. Mi risulta che l’ATM di Milano integri metro, autobus, tram, e forse qualche treno estremamente locale—mi correggeranno i milanesi—e credo che lo faccia anche l’ATAC a Roma. Non so se a Bologna ci siano i tram, ma se ci fossero immagino che l’ATC li integrerebbe. A Padova recentemente hanno inaugurato un tram (uno solo, mi risulta) e il biglietto che prima valeva per gli autobus ora vale anche sul tram. A Venezia credo ci sia solo il vaporetto, non penso si paghi per andare a nuoto, ma in ogni caso sfido chiunque ad immergersi in un brevetto Montedison. In compenso alcuni gondolieri si sono organizzati per fare da caronti sul Canal Grande dove i ponti sarebbero comodi: la “corsa” si paga al volo e non c’è verso di far valere il biglietto dell’ACTV. Verona e Vicenza hanno l’autobus e fine della storia.

I collegamenti tra le città, e questo penso valga in tutto il territorio nazionale, sono realizzati da Trenitalia. Se uno deve andare da Venezia a Verona prende un treno alla stazione di Santa Lucia e segna “Occupato” per tutto il giorno nell’agenda. Se uno deve andare da Verona a Milano idem. Se uno deve andare da Torino a Venezia magari ha una chance di poter inserire “Occupato” solo per mezza giornata, ma nelle note deve inserire “Povero in canna”. Oppure estendere l’”Occupato” anche al giorno dopo. In alternativa uno può anche prendere una corriera, che è probabilmente l’unico mezzo che collega i piccoli paeselli delle province agli altri piccoli paeselli delle province in cui però passa il treno.

Vista così sembrerebbe una situazione abbastanza buona: uno prende un autobus dell’AIM alla prima periferia di Vicenza, poi prende il treno di Trenitalia per Lonigo, con somma sorpresa scopre che la stazione si chiama “Lonigo” ma si trova a Locara, e quindi prende una corriera delle FTV fino a Lonigo. Idealmente questo viaggio dura meno di un’ora—sufficientemente meno.

Nella pratica purtroppo questo viaggio non esiste, perché l’autobus dell’AIM passa ogni 12 minuti, in un orario utile ad arrivare al lavoro a Lonigo è stracarico di studenti, poi il treno che va a Lonigo passa circa ogni ora, e per quanto frequente possa essere la corriera che collega Lonigo alla “sua” stazione, questa non passa più spesso che ogni dieci minuti. Senza contare che magari uno lavora a Sarego, pochi km prima di Lonigo, e a quel punto avrebbe fatto prima a prendere una corriera delle FTV e imbarcarsi nel traffico sperando di arrivare in orario, perché diciamocelo: c’è pieno di gente che lavora o vive nella radice cubica della provincia, e nessuno riesce veramente ad arrivarci coi mezzi—senza contare la voglia di farlo che, notoriamente, scarseggia. Lonigo dista da Vicenza circa 25 km in linea d’aria, le due località si trovano nel virtuosissimo Veneto.

Cambiamo per un momento punto di vista. Abbiamo una ingente quantità di persone che per lavorare o studiare deve spostarsi. Molti possono farlo usando i treni locali di Trenitalia, ma per una bizzarra combinazione di eventi, sembra che Trenitalia sia scarsamente interessata a fornire un servizio di qualità proprio alla fascia di utenti che costituisce il suo maggior potenziale di introiti.

Se fosse vero questo, perché Trenitalia non si scrolla di dosso il trasporto regionale, concentrandosi sulle tratte di lunga percorrenza? Così facendo potrebbe far confluire tutte le risorse a perfezionare il servizio sulle varie Frecce e Intercity (ma si chiamano ancora così?), lasciando il mercato delle breve e medie percorrenze in mano a una (o più) società che si occuperebbero quindi di portare la gente da Venezia a Verona e in tutti i paeselli intermedi. La seconda mossa sarebbe un potenziamento del trasporto su gomma per le località non servite dalla rotaia, e infine una razionalizzazione dei trasporti urbani (su gomma e rotaia).

Per come la vedo io, nei centri urbani si potrebbe puntare a frequenze non superiori ai 3-4 minuti, per la gomma extraurbana non superiori ai 15 minuti, per il trasporto regionale su rotaia non superiore ai 30 minuti, con tempi di percorrenza certi [5] e coincidenze ragionevolmente calcolate. In questo modo io potrei partire, che ne so, da Lamon (provincia di Belluno) e arrivare a San Giovanni Lupatoto (provincia di Verona) mettendoci il tempo che serve ed evitando due ore buone di macchina, nonché togliendo una vettura dalle strade.

A questo punto la chiave diventa il servizio integrato: se io potessi coprire qualunque tratta all’interno della mia regione spendendo 200 euri [6] servendomi di qualunque mezzo pubblico, io sarei il primo della fila ogni mese a comprare l’abbonamento. Fate un po’ questi due conti e vedrete che, ragionandoci un po’, la cosa diventa conveniente sia per i clienti che per gli operatori del trasporto pubblico.

Purtroppo tutto questo non accade perché parliamo di operatori, che sono aziende, che devono portare a casa un certo fatturato a fine anno, e mettendo in conto la manutenzione del servizio e l’introito dai titoli di viaggio, io lo capisco che il margine può essere così risibile da spaventare chiunque si debba prendere carico di programmare un investimento di risorse per un arco superiore ai due anni. Perché diciamoci la verità: questo Bengodi non si realizza in due anni, non si realizza in tre anni. Forse in quattro c’è qualche chance, ma per andare sul sicuro diciamo cinque.

Cinque anni sono una legislatura, oltre che un orizzonte abnorme per qualunque azienda terrorizzata di spendere anche un solo centesimo più del minimo indispensabile perché “la crisi, le banche, gli imprevisti, le cavallette e gli alieni”, e quindi è chiaro che ci vorrebbe uno che dicesse “signori, la medicina è questa, e se fate quattro conti ve ne rendete conto anche voi, ma ci servite tutti insieme e tutti d’accordo con spirito di collaborazione e anche volontà di sacrificare quel poco che a voi sembra un’enormità ma che vi permetterà di lavorare insieme e guadagnarci tutti tra cinque anni”.

Cosa? Ah, l’Unione Sovietica funzionava così? Sì, forse avete ragione…

PS: Potenziare il servizio significa creare posti di lavoro, e per verificare che tutti paghino il biglietto basterebbe introdurre i tornelli ovunque sia possibile, no che poi i controllori a bordo dei treni si trovano costretti a rincorrere i teorici del viaggio gratis per le carrozze cercando di farli scendere e perdendo quei due minuti a fermata che poi a Verona sono già diventati 15. E più controllori significa più posti di lavoro. Insomma: come ve lo devo dire?

  1. Il fatto che ancora non l’abbia finita di pagare è un dettaglio irrilevante.
  2. Il fatto che non abbia il GPL è un altro dettaglio irrilevante.
  3. Un po’ sì, però, dai: vogliamo forse privarci del sottile piacere di criticare casa nostra con infelici paragoni fuori casa?
  4. O uno stesso operatore che fornisce servizi diversi…
  5. So che siamo in Italia, quindi diciamo che per “certi” si intende una tolleranza del 15% tops.
  6. O un po’ di più per scavalcare un confine regionale oltre un certo kilometraggio… ma questi sono dettagli implementativi.

Attacchi da manuale

Non mi dilungherò in descrizioni manualistiche di codice vulnerabile e relativi attacchi. Volevo solo fare un rapido appunto su del codice che ho recentemente visto prodotto da una società che fornisce clienti molto grossi e con notevole reputazione da difendere. Quando uno si trova davanti a qualcosa tipo

function validateUser($username, $password) {
  $sql = "SELECT * FROM users WHERE username='$username' AND password='$password'";
  // Resto del codice irrilevante...
}

la prima cosa che pensa è provare a usare admin'# come nome utente e qualsiasi cosa come password (anche nulla, eventualmente). La seconda cosa che succede è che l’attacco riesce. La terza cosa è che, per dire, il sito viene defacciato, o gli iscritti alla newsletter si vedono recapitare quintali di spam da una fonte che ritengono legittima. Con un attacco che ormai non trova più spazio nemmeno nelle introduzioni dei manuali di sicurezza.

A me, quando vedo queste cose, mi girano le palle. Fortissimo.

Trenitalia, punto.

Da giugno non prendevo un treno di Trenitalia, e a buon titolo. In primo luogo, le coincidenze fantasiose mi costringevano ad alzarmi alle 6:30 per prendere il trenino che passa vicino casa mia per poi rimanere quasi un’ora nella stazione di Vicenza ad attendere il treno per Verona [1]. In secondo luogo, una volta preso il treno per Verona, dovevo solo sperare che non tardasse più di cinque minuti [2]: infatti a Porta Nuova dovevo prendere la coincidenza con uno dei due autobus che andavano in zona industriale, e quando dico “due” non intendo due linee in servizio continuativo, intendo proprio che, perse quelle due corse della stessa linea, l’unica chance fino quasi a mezzogiorno era prendere il taxi. Da 7 a 12 euri, a seconda dell’estro del tassista. L’abbonamento dell’autobus invece costava 24 euri.

Fin qua dovrei essere abbastanza vaccinato, dopotutto mi sono fatto sette anni da pendolare. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la prima settimana di luglio. Già da una settimana il “regionale veloce” che prendevo al ritorno viaggiava con due carrozze in avaria, quindi non ci si poteva salire. Arrivato a Verona, poi, il personale di bordo normalmente decideva di chiudere anche una terza carrozza per motivi mai specificati, costringendo i passeggeri a comprimersi nelle restanti carrozze dove, quando andava bene, l’aria condizionata era talmente alta che un pinguino l’avrebbe trovata eccessiva, e quando andava male, l’aria condizionata la facevano le ascelle dei condannati. Un bel giorno salì una signora, invalida civile con tanto di certificato e respiratore al seguito, che, dopo aver faticato a trovare una carrozza un po’ fresca, aveva pure trovato il posto riservato agli invalidi occupato da due valigie e un cane. Un altro giorno il treno era stipato all’inverosimile, i passaggi tra una carrozza e l’altra erano invasi da bagagli e i corridoi tra i posti a sedere pieni di persone in piedi. Io ero in piedi in uno dei passaggi, stretto tra i bagagli, quando un anziano signore mi compare davanti chiedendomi di indicargli il bagno, e io gli dico che forse era dall’altro lato della carrozza, o forse nella carrozza adiacente, subito dopo la giunzione. Con un’espressione sconvolta e disperata, buttando l’occhio oltre la giunzione e constatando che anche di là era impossibile passare, mi comunica che non ce la fa più e mi prega di tenergli aperta una delle porte che uniscono le due carrozze. Detto questo, si cala i pantaloni e piscia. Fortuna che in quei treni gli interstizi sono aperti di sotto, e quindi la pisciata si è riversata sui binari.

Pochi giorni dopo avevo un’automobile che da metà luglio ad oggi ha già percorso quasi diecimila chilometri.

Ora, a distanza di qualche mese, ho deciso di andare a Lucca Comics. Notoriamente decidere all’ultimo minuto di andare a Lucca nella settimana dei Comics è un suicidio, anche perché in genere coincide col ponte di Ognissanti e quindi la gente si muove in massa anche per altri motivi. Pertanto ho deciso di fare una puntatina solo la domenica, sapendo bene a cosa andavo incontro. Prima fra tutti l’ansia che mi genera anche solo entrare nel sito di Trenitalia, uno dei pochi siti al mondo che non ti chiedono quando vuoi arrivare, ma quando vuoi partire [3]. L’idea era di guidare fino a San Bonifacio (per alcuni buoni motivi ininfluenti in questa disamina), prendere il treno per Verona, e da Verona andare a Lucca. Sbagliato: il numero di cambi e gli orari erano improponibili. Scopro in quella che da Padova esiste un Frecciargento, uno di quei treni ad alta velocità, che però costa, fino a Firenze, la bellezza di 37 euri. Totale del viaggio, 45 euri. Partenza 7:57, arrivo 12:30. Purtroppo già la domenica ci sono pochi treni, in più è il ponte dei morti, il treno era pieno (a parte il “salottino business”: 68 euri). Ripiego sull’IC fino a Prato, che però esce che è pieno anche quello. Bene, cambiando a Padova, Bologna e Prato, dovrei riuscire a viaggiare sui regionali, partenza 7:25, arrivo 13:30, ma occhio: a Prato la coincidenza ha un margine di cinque minuti, quindi ben che vada arriverei a Lucca alle 14:30. Dato che ormai l’auto era a San Bonifacio [4], prendo il biglietto e mi preparo ad una giornata tra treni e stazioni.

Arrivato a Padova, butto l’occhio alla biglietteria automatica e scopro che quell’IC, che parte un’ora e dieci dopo il regionale per Bologna e arriva a Prato mezz’ora prima del regionale da Bologna, è acquistabile, ma non è garantito il posto a sedere. Vado in biglietteria dove l’omino mi comunica che non si potrebbe ma che per questa volta mi fa pagare solo il sovrapprezzo e posso prendere l’IC. Tutto questo alle 8:10, al momento sono le 9:14 e il treno parte alle 9:41. E in stazione non c’è uno stracazzo di wireless utilizzabile.

Per la cronaca, il viaggio Vicenza-Lucca coi regionali non è proposto dal sito, neanche tra “tutte le soluzioni”, quindi ho dovuto prendere separatamente Vicenza-Padova e Padova-Lucca.

Ora. A me piace il trasporto pubblico. Amo i treni, i tram e le metropolitane. Quando vado da qualche parte cerco di usarli. Peccato che mi riesca bene solo fuori dall’Italia, o almeno fuori dal virtuoso ed efficiente Veneto. Io dico: se mi faceste un sistema di trasporto pubblico capillare e integrato (treno, bus, metro, tram, traghetto…) in cui ogni coincidenza non ti fa aspettare più di 10-15 minuti, e in cui tutto gira con ritardi massimi di 1-2 minuti, potete anche mettermi l’abbonamento regionale (occhio: per tutta la regione) a 200 euri. Il giorno che lo farete, io sarò il primo della fila.

  1. C’è chi dice che avrei potuto prendere l’autobus che ferma a pochi metri dal suddetto trenino, ma a quell’ora è pieno di studenti e ci mette talmente tanto che mi sarei dovuto svegliare circa alla stessa ora…
  2. Che è un utopia per vari fattori, non ultimi tutti quei premi Nobel che negoziano per mezz’ora il trasporto della bici su un treno che non le trasporta (ma come dargli torto: quello che le trasporta è troppo tardi), o pretendono di viaggiare senza biglietto.
  3. Come se comunque l’orario di partenza fosse più sicuro di quello di arrivo, eh.
  4. Ok, è perché al ritorno ho un passaggio in auto fino a lì, altrimenti la cosa sfumava veramente nella follia.

Mi hanno incastrato

Lunedì scorso era tre settimane che lavoravo tutti i giorni a ritmi che definire elevati non rende l’idea, e quindi avevo deciso di prendermi un paio di giorni di stop. Puntualmente martedì mattina alle 10 faccio colazione, e nemmeno mezz’ora dopo mia mamma chiama dalla scuola dove insegna [1] e chiede se sono in grado di insegnare elettrotecnica, perché ci sarebbe bisogno di una supplenza, una cosa temporanea, intanto vieni qua che ne parliamo. Tempo di fare la strada da Vicenza a Lonigo, avevano già preparato le carte, dovevo solo firmare. Preso un po’ in contropiede, ho incautamente firmato.

Il mio ruolo, dal 5 ottobre fino ad avente diritto [2], è ufficialmente docente di “Elettrotecnica e Applicazioni”, classe di concorso A035, per le classi quarta e quinta indirizzo elettrotecnica dell’IPSIA. Una cosa facile e di poca responsabilità, insomma. Appena rientrato a casa comincia a prendermi l’ansia: in effetti non è che avessi proprio poco altro da fare, in questo periodo, e poi l’idea di ripassare l’elettrotecnica, specialmente campi di essa che non ho mai visto se non col cannocchiale, proprio non è che mi andasse a genio, ma ormai era fatta.

Avete presente quando si dice “gettato nella fossa dei leoni”, no? Ecco, il primo giorno di lezione ho avuto entrambe le classi, per un numero di ore non inferiore a due ciascuna, e in più i relativi consigli di classe, in cui per una classe ero anche il segretario, quindi mi è toccato redigere il verbale. Da 0 a 100 in 0.26 secondi. Mi perdonerà il preside se alla fine della giornata stavo per portarmi a casa un registro di classe. Ora, la cosa assume un sapore tragicamente fantozziano se consideriamo che queste due classi, solo di elettrotecnica, hanno nove ore settimanali ciascuna.

La quinta tutto sommato fa un po’ di casino, ma i suoi sedici componenti sono abbastanza consapevoli di avere gli esami e quindi stanno attenti, partecipano, e fanno gli esercizi. E poi, che non guasta, sono simpatici. La quarta, au contraire, eccetto un esiguo numero di personaggi che in qualche modo si impegnano e stanno attenti, si è già guadagnata una nota sul registro. Perché se una volta ti dico di non giocare a carte durante la lezione, la volta dopo non puoi onestamente aspettarti che te lo dica di nuovo: hai anche 18 anni. Poi vienimi anche a chiedere se te la tolgo perché ne avete già prese troppe e rischiate di saltare la gita: giovani, fatevi delle domande. Lo so che è inutile perché tanto le risposte non le sapete, ma dai, almeno fingete di provarci. La regola aurea comunque è che se chiedi che una punizione venga revocata, ti puoi solo ritenere fortunato che la stessa non venga raddoppiata.

Il bilancio, ad una settimana e mezza di lezione, è che non vedo l’ora che venga novembre. Quindi, precari che attendono con ansia l’entrata in ruolo per la classe A035: io vi aspetto. Sono quello grosso e coi capelli lunghi.

PS: Sia chiaro che non avrei nulla in contrario ad una supplenza di qualche altra materia, tipo matematica, elettronica o informatica, in qualche altra scuola, tipo un ITIS, in cui in genere agli studenti frega anche qualcosina di quello che gli viene insegnato, e magari part-time. Ma con 18 ore di una materia che non ho voglia di ripassare e con studenti che “tanto mi vo guidare el tratore con me papà in te i campi” o “me papà g’ha n’oficina”, così no. O, al limite, così.

  1. Forse non vi avevo detto che mia mamma ha smesso di insegnare all’asilo nido ed è passata a insegnare alle superiori…
  2. Che è un modo carino per dire che a novembre pubblicano le graduatorie ufficiali e poi si spera ci sia uno che accetti il fardello al posto mio.