Calcolare la rotta

Ok, ricominciamo da dove eravamo rimasti, cioè qui, qui e qui. Ci siamo? Bene, perché è venuto il momento di fare un passo avanti e levarsi definitivamente di dosso l’idea che l’informatica si occupi solo di dati, algoritmi e software gestionali [1]. A questo punto l’idea è di capitalizzare sulla tesi specialistica per tirarci fuori un dottorato, che sembra facile ma non è neanche così difficile. Il punto è che devo trovare un tema interessante a cui dare un qualche tipo di contributo originale [2].

Nella tesi avevo descritto il meccanismo dell’apprendimento implicito con riferimento ai linguaggi naturali e alla musica. Questo meccanismo è una di quelle meraviglie della Natura per cui un individuo apprende informazioni anche piuttosto complesse attraverso la mera esposizione, senza quindi un processo cosciente di apprendimento. Ad esempio un bambino, durante la primissima infanza, viene esposto, tra gli altri, a due tipi di stimoli fondamentali: visivo e verbale. Attraverso il primo impara a riconoscere i volti, le forme, gli oggetti; attraverso il secondo impara a riconoscere i suoni, ad imitare le parole, associa suoni e parole ad oggetti e concetti, e infine inizia a comporli in frasi, sempre copiando quello a cui è costantemente esposto: il linguaggio usato dagli individui che lo circondano. Senza rendersene conto ha imparato a parlare. A quel punto però subentra la necessità di formalizzare questa conoscenza, completarla, portarla all’elevato livello di astrazione che ci consente di comunicare tutti i giorni e di apprendere facilmente nuove lingue.

Fin qui tutto liscio, si direbbe, ma che c’entra la musica? Ebbene, sembra che l’origine di quella che chiamiamo musica, cioè di sistemi tonali con relazioni tra i toni e tutte cose, sia estremamente simile a quella dei linguaggi naturali [3]. Vedendo la faccenda in quest’ottica, viene spontaneo individuare elementi analoghi ai simboli fondamentali, alle parole e alle frasi dei linguaggi naturali, e in effetti esce che esistono dei musicologi che sono riusciti con relativo successo ad affrontare alcuni brani con un approccio di grammatiche generative [4]. Sembra però che la musica sia un linguaggio estremamente più strutturato di qualsiasi altro linguaggio naturale, il che non significa che ne perde le caratteristiche, ma che l’idea di cercare una specie di grammatica unica in grado di accomunare tutti i sistemi tonali ha un certo fascino. Per fortuna sembra non sia il caso, e d’altro canto risulta un po’ complicato immaginare una sola grammatica in grado di generare lingue molto diverse tra loro come l’inglese e il cinese [5]. L’idea piuttosto potrebbe essere quella di cercare delle grammatiche particolari applicabili ad una certa categoria di brani in qualche modo analoghi, che è più o meno quello che si fa quando analiziamo un passo di qualche poema epico o l’ultimo libro di Fabio Volo [6]. Il passo che ci mancherebbe a questo punto sarebbe quello per cui non solo siamo in grado di capire un linguaggio ma anche di riprodurlo partendo dagli esempi noti e trasformandoli per costruire frasi originali, di fatto inferendo e usando le regole per creare nuove frasi e nuovi significati. Per fortuna il buon vecchio Noam [7] ci viene in auto con le grammatiche trasformazionali. Senza dilungarci su questi frangenti [8] torniamo a noi, cioè al mio dottorato.

Alla luce di tutto ciò, e di una certa quantità di altre cose tra cui alcune esperienze personali e certe evidenze empiriche suffragate da parti non sospette [9], l’idea che ho avuto è più o meno sintetizzata da questa foto,

e cioè: sarà mai possibile usare questo strumento per spingere un po’ questo apprendimento implicito, trasformandolo da una mera esposizione passiva ad un processo più attivo e, soprattutto, divertente? L’idea di fondo resta la stessa: si espongono i bambini [10] ma con un passo in più, cioè rendendoli parte attiva della musica usando uno strumento estremamente semplice e contemporaneamente potente, che non sia un pianoforte, un violino o una tromba. Immagino [11] che per un bimbo di 4 o 5 anni non sia l’esperienza più esaltante della sua vita stare seduto anche solo mezz’ora davanti ad uno strumento imponente e pieno di tasti misteriosi a premerne qualcuno perché così ti dice un signore che sta seduto lì di fianco. O cercare di arrivare a pizzicare le corde di una chitarra grande quasi come lui.

L’idea di far sperimentare la musica ai bambini probabilmente non è nuova, la novità starebbe nel rimuovere i limiti dei semplici strumenti che un bambino può affrontare e mettergli in mano uno strumento che, con la stessa immediatezza, possa produrre musica complessa. La differenza tra un computer e uno strumento musicale tradizionale è che nel computer possiamo programmare una logica, un’intelligenza, un percorso educativo [12] e questo, se strutturato con criterio, può aiutare a far emergere nozioni e rinforzare strutture che altrimenti se ne starebbero a flutturare nell’iperuranio cerebrale del bambino ingiustamente [13] in attesa di essere rimestate e pescate dal cucchiaio di legno di qualche insegnante nel prossimo (o tragicamente distante) futuro. Insomma, l’imitazione e il rinforzo positivo sono sempre modi intelligenti per insegnare alle menti semplici [14] o a quelle da plasmare [15]. Il rinforzo negativo funziona, ma può creare traumi e sensi di colpa inutili, e c’è sempre tempo per attuarlo quando la mente è pronta ad affrontarlo.

Ma c’è un’altra direzione interessante, anche se negli ultimi giorni mi sono reso conto che forse non è praticabile come credevo ma che, alle brutte, può sempre inserirsi più avanti, ed è quella dei disabili, da una parte quelli per cui è difficile, o addirittura impossibile, suonare uno strumento musicale tradizionale [16], e dall’altra quelli che hanno difficoltà ben diverse come i disturbi dello spettro autistico [17].

Ecco. Queste sono due faccende che non so bene come affrontare, probabilmente la seconda è più complicata della prima, e riguardo la prima sono più fiducioso di riuscire ad inventarmi qualcosa, ma entrambe mi interessano molto. Non solo non so come affrontarle ma non ho chiarissimo nemmeno come dargli una dimensione adeguata a diventare un tema di dottorato, ma questo confido sarà chiaro una volta stabilita la direzione in cui voglio muovermi [18]. Io, per me, in questo momento, sono più propenso a seguire la pista dell’educazione e prendermi del tempo per capire come farci rientrare anche quella dei disabili, magari a quel punto sfruttando la natura collaborativa e cooperativa di un un tavolo interattivo per coprire e studiare le interazioni con lo spettro autistico–che, tra tutti i disturbi, è quello che mi interessa di più.

Insomma, lancio un appello. Lo so che siete sempre i soliti quattro cinque stronzi, ma so anche che non siete gli ultimi stronzi e che, direttamente o indirettamente, qualche idea me la potreste dare. Prometto che mi faccio un taccuino su cui vi segno uno a uno con allegato contributo e poi vi ringrazio pubblicamente (e vi invito al buffet, se fra tre anni ci sarà l’occasione di organizzarne uno).

PS. Era un mucchio di tempo che volevo usare le footnote nel MorphLog per citare roba scientifica :)

  1. Che non è che non siano importanti, restano sempre le basi, però non è che possiamo fermarci lì, sennò non andiamo da nessuna parte. Capito, caro tessuto industriale italiano?
  2. C’è un libro qui che dice testualmente “You don’t need to make a major discovery to get a PhD — you just need to show that you’re able to do good enough research by yourself”. Insomma, basta che te te rangi.
  3. Jean Molino. Toward an evolutionary theory of music and language. In Nils Lennart Wallin, Bjorn Merker, and Steven Brown, editors, The Origins of Music, Bradford books, pages 165–176. The MIT Press, 2000.
  4. Nicolas Ruwert and Mark Everist. Methods of analysis in musicology. In Music Analysis, volume 6, pages 3–36. Blackwell Publishing, 1987.
  5. Poi esce che inglese e cinese hanno molto più in comune di quanto io sappia: perdonatemi, non ho studiato cinese.
  6. Lo so, mi odio un po’ da solo, ma era per far capire la differenza.
  7. Noam Chomsky. Aspects of the Theory of Syntax. The MIT Press, 1965.
  8. Operazione che peraltro rivelerebbe in tutta la sua drammaticità la mia profonda ignoranza della faccenda.
  9. Penso ci siamo accorti tutti che, dopo aver imparato a suonare uno strumento, impararne un altro diventa molto più facile e meno frustrante, no?
  10. Adesso dico i bambini, ma il trucco sembra funzionare in modo simile anche in età più avanzate.
  11. Immagino perché da bambino ero scemo e ho rifiutato l’offerta di andare a lezione di pianoforte.
  12. Ok, sto cominciando a parlare come quelli che negli anni ’90 realizzavano i CBT.
  13. Se anche tu fluttui nell’iperuranio ingiustamente, e tu lo sai, batti le mani.
  14. Biscotti, cani.
  15. Biscotti, bambini.
  16. E non mi riferisco solo ai paraplegici ma anche alle persone affette dalle varie sindromi per cui un difetto cognitivo o dell’apprendimento gli rende ugualmente difficile la cosa.
  17. Senza contare i vari affetti da sindromi da deficit di attenzione o generiche difficoltà sociali e relazionali che uno magari non li chiamerebbe disabili ma disadattati e non è mica tanto bello neanche quello, eh.
  18. A questo serve avere amici già avanti negli studi, vero? :)

Commenti

Francesco » 

Posso confermare la nota numero 11, essendo stato un bambino stupido che a 5 anni ha sì accettato di andare a lezione di pianoforte ma non ha imparato nulla, per anni. Anni. E le lezioni erano pure gratuite, visto che l’insegnante era mio zio.

Francesco » 

Ovviamente confermo anche la nota numero 13 che mi tocca molto da vicino, e batto le mani :P

PkerUNO » 

E io che pensavo che stavi per lamentarti dei treni. :P

Andrea Franceschini » 

No, di quelli mi sono già (parzialmente) lamentato nel post scorso, e comunque preferisco farlo su Twitter :P

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