Cose che uno fa nel weekend

Le possibilità sono molteplici, a seconda che ci sia bello:

  • fare un giro in brughiera;
  • starsene al parco a prendere il (poco) sole;
  • fare un giro in barca a vela (c’è anche questo);
  • fare un giro a cavallo (ho solo indizi della presenza dei cavalli, ma abbastanza inequivocabili a meno di mastini infernali);

o brutto:

  • andare al cinema;
  • andare al teatro;
  • andare al museo di Bletchley Park;
  • andare a comprarsi un iPad, scaricarsi gli ebook di Hunger Games e schiantarsi da Starbucks a leggerli.

Nel mio caso c’era bello. Straordinariamente bello, e temperature quasi accettabili… e quindi cos’ho fatto?

Ho fatto la spesa, ho fatto un po’ di pulizie, e ho passato due giorni a leggere e commentare articoli scientifici, mi sono concesso mezz’ora contata di Minecraft [1] e poi, quando di leggere non ne potevo più e uscire non era più un’alternativa appetibile, mi sono dedicato a questo.

Una annotated literature review [2] dovrebbe essere in sè cosa relativamente facile da costruire: leggi roba, ci scarabozzi due commenti sopra, guardi la bibliografia e ti segni altra roba da leggere, e alla fine ricominci. Il processo a volte tende a convergere ma il più delle volte no [3].

Il primo problema con questo metodo è che ti costruisci un archivio di letture, ci puoi scorrere attraverso e ricordare in pochi secondi di cosa parla ciascun pezzo, se sei molto bravo ti costruisci vari percorsi per arrivare negli stessi posti, ma ad un certo punto arrivi al crocevia fatale in cui ti rendi conto che stai leggendo un piccolo capolavoro scritto da qualche luminare che riserva parole poco carine ad un articolo che hai già letto e che avevi trovato estremamente interessante.  Alla luce di ciò uno sarebbe tentato di rivedere la propria opinione sull’articolo così poco considerato da questo luminare, ma il dubbio è una cosa brutta.

Il secondo problema con questo metodo è che la scienza è fatta per essere discussa e, più sì che no, smontata. Capita quindi di trovare piccole gemme scritte nel lontano 1965 e non è che l’autore si mette a leggere tutto ciò che lo cita e ne riporta i commenti in calce al suo lavoro, sarebbe inumano, e quindi uno si deve chiedere se quel lavoro è ancora valido oppure no, se è stato citato, e quanto, in quali periodi è stato in maggior voga, e se per caso nel frattempo qualcuno l’ha demolito, l’ha rivalutato, l’ha visto sotto luci nuove eccetera.

Tutta roba interessantissima da sapere mentre si fa questo genere di lavoro ma purtroppo perfino Google Scholar aiuta pochino in questo senso: al limite potrebbe costruire catene di citazioni che portano da un articolo ad un altro, ma da qui a estrarre valutazioni di merito mi sa che siamo ancora lontani, almeno su larga scala. E quindi, in barba a tutto quello che ho detto sull’ingegneria del software, mi sono messo al lavoro.

Mi sono messo al lavoro anche su un altro giocattolo ma mi servirà del tempo per valutarne alcuni aspetti. Comunque ne parlerò. Mercoledì alle 6:50 ho l’aereo da Luton a Malpensa, il ritorno ce l’ho alle 21:50 di lunedì, quindi non so se per la prossima settimana scriverò qualcosa, in ogni caso mi riposerò.

  1. In cui peraltro sono morto e non ho ancora capito ad opera di cosa.
  2. Passatemi il barbarismo ma non so proprio come tradurlo.
  3. Nessuna delle due direzioni è del tutto sbagliata in sè, lo sbaglio è più probabilmente da ricercarsi a monte…

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