Playlist 2017/27

Intro

Qualcuno ricorderà che, tra il 2008 e il 2009, ho passato sei mesi a Barcellona. All’epoca avevo con me tante pigne nel cervello, un lettore CD portatile, e qualche disco da isola deserta. Di questi, principalmente ne ho ascoltati due di cui sono follemente innamorato. Questa settimana mi sono preso una settimana per tornare a Barcellona, sette anni dopo, quindi la playlist di questa settimana è obbligata.

Lunedì

Porcupine Tree — Blackest Eyes

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L'attacco dei panichi

Siccome #aveterottorcazzo con le vostre ansie, vi racconto cosa succede durante un attacco di panico.

Non succede questo, per esempio.

Nonostante abbia ufficialmente il titolo di Dottore, non sono un medico, quindi per quell’aspetto dovrete fidarvi dei medici veri. Per tutto il resto, esploriamo insieme alcune situazioni del tutto ipotetiche, andando per ordine di grandezza.

Fuori in 60 secondi

Siete nella metro, state per imboccare le scale mobili per scendere al binario, ma c’è un sacco di gente. Tantissima gente. Più gente che a un concerto dei Queen. Perfino più gente che a un concerto di Ed Sheeran. E tutta questa gente è lì per andare nella vostra stessa direzione, per prendere il vostro stesso treno, magari la vostra stessa carrozza, sia mai che vogliano anche prendere il vostro stesso posto! Nei due secondi in cui il vostro cervello si è reso conto di tutto ciò, avete smesso di formare ogni altro tipo di pensiero coerente, mettere in fila più di due parole è diventata un’impresa erculea, e i vostri muscoli non sanno decidere tra fight-or-flight o fare il morto, col risultato che anche solo fare un passo diventa impensabile. Se vi va bene, dopo circa cinque o dieci secondi, qualcuno vi avrà preso la mano, vi avrà portati al sicuro, e vi avrà detto che va tutto bene. Nel giro di un minuto è tutto finito, imboccate la scala mobile, prendete il treno, e continuate la vostra vita, almeno fino al prossimo attacco di panico. Se vi va male, passate anche dieci, quindici spiacevoli minuti in cui cercate disperatamente di trascinarvi in un posto sicuro. Poi passa, resta solo il terrore di non sapere quando succederà di nuovo.

Tra 60 secondi e 60 minuti

Mentre state badando alla vostra vita, arriva la proposta di lavoro dei vostri sogni in cui però non speravate più di tanto, e dovete decidere se accettare sapendo che dovrete cambiare città, magari anche Paese, e mettere in pausa, o addirittura cancellare, tutti quei piani a cui vi eravate già affezionati. Mentre cominciate ad enumerare costi e benefici, la vostra testa si trasforma lentamente in un palco su cui qualcuno ha dimenticato di spegnere la macchina del fumo che produce sempre più fumo quanto più si surriscalda. Col passare dei minuti, un gigantesco samurai in armatura esce dalla nebbia mentre voi capite di non essere Jason Scott Lee. Mentre vi rannicchiate sul divano, vi rendete conto che la vostra capacità di formare pensieri coerenti è scesa ai livelli di Biscardi contro i congiuntivi, e la nebbia sul palco somiglia sempre di più alla zuppa grigia di cui pare essersi riempita la vostra scatola cranica. Se vi va bene, avete la prontezza di spirito di mettervi a ventilare lentamente finché, nel giro di mezz’ora, iniziate a riprendere il controllo di voi stessi. Se vi va male, un’ora dopo venite riportati alla realtà dai graffi del gatto che avevate iniziato a coccolare nel vano tentativo di calmarvi, e che invece avete finito per stringere in una morsa titanica. Recuperato l’uso del cervello, accettate la proposta perché sapete che altrimenti ve ne pentirete a vita e i vostri avi verranno a tirarvi le coperte di notte.

Da 60 minuti a 60 mesi, ad libitum

Una serie di circostanze del vostro passato riemergono dalle nebbie del tempo in cui le avevate faticosamente confinate. Mentre cercate un bastoncino abbastanza lungo per tenere la distanza di sicurezza, la vostra vita fa il suo corso, con i normali alti e bassi, i successi e i fallimenti, le gioie, i dolori, e le speranze di ogni altra vita su questa piccola astronave fatta di terra, acqua, aria, fuoco, e Milla Jovovich. Mentre siete impegnati a dare un significato alla vostra esistenza, vi rendete conto che avete cominciato a tenere il bastoncino con due mani, per avere una presa più salda, e poi ad impugnarlo sempre più avanti per averne miglior controllo, ma così avete anche accorciato le distanze di sicurezza e quindi, per non sbagliare, lo riprendete all’estremità e con una sola mano, costringendovi a ricominciare da capo. Nel frattempo, in una piccola parte del vostro cervello, quella deputata agli effetti pirotecnici e alla cinematografia distopica, ogni tanto l’assistente di palco cocainomane dimentica accesa la macchina del fumo, o lascia aperti i barili di polvere da sparo, a disposizione dell’incauto passante che ci lancia dentro cerini accesi, con conseguenze a volte interessanti, a volte destabilizzanti, spesso inaspettate, e piuttosto rumorose. La vita prosegue e voi cercate di fare del vostro meglio per tenere il bastoncino mentre cavalcate le ondate di dubbio e confusione che periodicamente vi catturano e vi trascinano dove l’acqua è sempre tranquilla, dove migliaia di anemoni variopinte ondeggiano sinuose nella tenue luce che filtra dalla superficie, dove nuotano dei terrificanti demoni a forma di squali, dai quali un occasionale delfino viene a trarvi in salvo, riportandovi a galla per prendere un’altra boccata d’aria.

[riga lasciata intenzionalmente bianca]

Insomma

La prossima volta che condividete una vignetta di Labadessa, o che vi crogiolate in quanto siete ansiosi e depressi, contate almeno fino a dieci.

 

Mesi, se possibile.

P.S.

Sia chiaro che non ce l’ho col buon Mattia che è un artista talentuoso e, sono sicuro, anche una brava persona, però bisogna sempre stare attenti a non banalizzare le cose.

Bonus track

Preparate una cosa da postare su Internet e poi la lasciate lì per due settimane mentre vi fate la lista di tutti quelli che potrebbe offendere. Mentre aggiustate ogni minimo dettaglio in modo da evitare inutili imbarazzi, il vostro io con le corna accoltella il vostro io con le ali e schiaccia [Invio]. Fatta la frittata, indossate la vostra nuova maglietta preferita.

Tornem a Barcelona

A me neanche piace, il mare, ma questa città è di una bellezza illegale. Non so se l’avrei perdonata trovandola cambiata dopo otto anni, ma avete presente quando rivedete quei vecchi amici e vi trovate a finirvi le frasi a vicenda? Io ho un’innata capacità di perdermi, specialmente in città, ma questa città gioca a mio favore: un po’ perché è un casino e si perdono tutti, e un po’ perché l’ho girata talmente tanto che, se mi perdo, guardo in alto e so sempre dove sono.

Cent d’aquests segles, i no canvïis mai.