Braaains

Con tutto questo allarmismo è difficile che un informatico resista alla tentazione di fare battute gergali su server e processi zombie.

Che poi, Vinton Cerf padre del Web… Tim Berners-Lee come al solito si rivolta… e non è neanche morto!

Comunque, a meno che i vari fornitori di connettività non adottino il modello Fastweb, io sto cercando un gateway ADSL wireless N possibilmente dual-band simultaneo con supporto nativo IPv6: dite che faccio prima a farmelo con un vecchio PC?

Cosa vuoi fare da grande?

Quando uno fa colloqui, concorsi ed esami di vario ordine e grado per qualche mese consecutivo, è inevitabile che inizi a notare regolarità bizzarre in ambiti apparentemente diversi.

Dopo la laurea ho iniziato a fare domande di dottorato. In alcuni casi l’esame prevedeva solo una valutazione dei titoli, in altri casi includeva anche un colloquio o addirittura una prova scritta. La prova scritta in genere è di questo tipo: “il candidato dettagli un piano di lavoro per il triennio di ricerca” dove, a seconda dei casi, questo piano poteva essere ipotetico o meno, e legato o ad alcuni temi dati oppure ad un tema a scelta del candidato. I colloqui si svolgevano prevalentemente secondo il copione “cosa hai fatto in tesi”, “cosa vorresti fare in dottorato” e “sai parlare inglese al telefono”.

Fallite le domande di dottorato [1] è stata l’ora dell’Esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di Ingegnere dell’Informazione [2] che è quel genere di esame che lo vedi fare per tutti gli anni che bazzichi per il dipartimento e ti immagini che, se la gente ci va con le valigie piene di libri, forse proprio facile facile non dovrebbe essere.

Nella prima prova mi è stato chiesto di progettare il sistema di controllo degli accessi veicolari a pagamento ad un parco naturale, in cui i terminali per il pagamento erano dati e il software applicativo che gestisce la base di dati andava realizzato da un altro team. Potevo farlo anche senza libri, e in effetti l’ho fatto perché il libro di basi di dati non credo di averlo mai avuto. Quattro ore, ce ne ho messe due e mezza per essere sicuro di non fare cazzate grosse, più una mezz’ora di sonno che non fa mai male.

La seconda prova era un po’ più sensata: mi si chiedeva di dire tutto quello che sapevo sugli alberi bilanciati di ricerca, costruirne uno lì per lì con un insieme di numeri fornito, e fare qualche esempio di algoritmi che sfruttano codeste strutture dati. Preso il Cormen e copiato tratta ispirazione a piene mani. Altre quattro ore, ce ne avrò messe tre ma solo perché ho scritto tanto. Quasi sette facciate.

Non c’è due senza tre, e tanto per non farci mancare niente, la terza prova dura otto ore. Mi sono presentato in aula pieno di speranze nei confronti di una prova finalmente non offensiva per gli anni di studio che ho profuso nella mia laurea, e invece rieccolo, il database del cazzo. Nemmeno mi ricordo se era lo stesso della prima prova–tendo ad escluderlo–ma questa volta chiedevano anche qualche query in SQL (comprese le creazioni delle tabelle che credo di aver cannato in pieno per uno stupido errore di sintassi), un’analisi dei requisi hardware e software, e “se il candidato lo ritiene utile, formuli qualche query ulteriore spiegandone le motivazioni”. Questa volta me la sono presa proprio comoda: un’oretta di coma e quattro ore di lavoro.

A questo punto manca solo l’orale, che a norma di legge verterebbe su argomenti di indirizzo e normative del settore. Nel frattempo, però, tanto per non morire di noia (l’orale è stato qualche giorno fa) ho deciso di fare un colloquio con una di quelle aziende tristi e grigie in cui si genera codice Java disegnando diagrammi UML a tutto beneficio delle banche a cui questi sistemi sono rivolti e con molto teamwork, partnership, best practices, ed altre buzzword che fanno tanto… non posso essere volgare e non riesco a trovare un eufemismo, quindi abbiate pazienza. Il fatto è che questo colloquio, fatto con un tizio che mi ha tenuto lì un’ora e che mi ha fatto aspettare quasi un’altra ora prima di incontrarmi, e che durante l’intervista avrà risposto otto volte al suo iPhone 4, scusandosi con aria compagnona perché “i capi sono capi in ogni situazione”. Ma sto divagando, perché il punto che volevo evidenziare in questo caso è che anche questo, ad un certo punto, mi ha chiesto “cosa hai fatto in tesi”, “cosa vorresti fare da grande” e “sai parlare inglese al telefono”. Questa azienda non mi ha più richiamato, e francamente non ne faccio un dramma, ma il colloquio in sé meriterebbe un post lui da solo. Comunque.

Veniamo all’orale dell’esame di Stato. La convocazione è per giovedì 27 gennaio alle 8:30 al DEI. Il motivo per cui non veniamo convocati ad un orario preciso per ciascuno appare evidente immediatamente: vengono chiamate le prime tre persone, e io sono il terzo. Entro, consegno la carta d’identità e mi siedo di fronte a questi due prof che non ho mai visto in vita mia.

- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Ci… racconta cos’ha fatto in tesi?

Riavutomi dalla sorpresa di un inizio così blando attacco la solita solfa, dico chi è stato il mio relatore, spiego cos’è il Reactable e cerco di fargli capire qual è stato il mio ruolo in tutto questo. La domanda successiva è “cosa sta facendo ora e cosa vorrebbe fare da grande?” alla quale rispondo che sto facendo colloqui e che ho fatto un po’ di domande di dottorato che però sono risultate fallite o senza borsa. Mi chiedono se l’ho fatta anche a Barcellona, poi riflettono un momento sul fatto che per le applicazioni multimediali e ludiche è un buon momento… e poi in bocca al lupo e arrivederci. Tempo: 10 minuti scarsi.

Non sono scaramantico ma ho imparato che è meglio non sbilanciarsi sugli esiti degli esami, però in questo caso gli scritti li ho evidentemente superati, e l’orale ho il ragionevole sospetto di non aver fatto una figura meschina, quindi ritengo appropriato pensare di avere l’abilitazione in tasca… però non posso fare a meno di chiedermi se tutto l’esame nel complesso non sia stata una gigantesca farsa. La risposta la danno quelli che non hanno superato la fase scritta, che francamente mi sorprende perché se dopo cinque anni di ingegneria non sai rispondere a quesiti così banali (i temi degli altri rami non erano certo più complessi di quelli di informatica) allora c’è qualcosa che non va.

Mi consola il fatto che al mio amico ingegnere civile hanno dato filo da torcere: almeno non vedremo cadere le case costruite da lui. Però un po’ di amaro resta.

  1. Fallite per modo di dire, perché in realtà ho vinto sia Genova che Verona, ma senza borsa…
  2. Che ora che hai finito di dirlo senza sbagliare e senza orticaria hai già mezza abilitazione in mano.

Farci mettere la bustina

Ha appena chiamato l’ennesima solerte telefonista di Fastweb, chiedendo sempre del Sig. $Cognomedimammà (e questa volta gliel’ho fatto pure notare) e asserendo, alla mia pacatissima richiesta di rimuoverci dai loro elenchi, che la cosa non funziona così. Alla mia risposta che invece la legge funziona proprio così lei ha insistito che il nostro numero è sull’elenco e che dobbiamo farci “mettere la bustina, e vedrà che non la chiamiamo più”. Alché io ho insistito che se loro prendono il numero dall’elenco allora dovrebbero rendersi conto che non c’è alcun Sig. $Cognomedimammà al maschile, ma lei ha continuato a sostenere che in ogni caso lei non ha il potere (…) di cancellarci dall’elenco.

«Allora–dico io–mi faccia gentilmente parlare col suo supervisore»
«Va bene, arrivederci–TU TU TU…»

Reitero: ma perché Rodotà non è più alla Privacy? Ma soprattutto: perché io non sbatto giù il telefono subito?

Taglia e cuci

Leggo in giro che il motivo per cui in MacOS X non si può spostare un file da una parte all’altra con l’equivalente di CTRL+X e CTRL+V (taglia e incolla) è che la procedura è pericolosa perché comporta il rischio di perdere i file se ti dimentichi di incollarli.

No, seriamente.

Per davvero.

Dicono così.

La prima lista del 2011

Qualche giorno fa volevo fare un post riassuntivo sul 2010, ma poi mi sono reso conto che io del 2010 non mi ricordo quasi niente, quindi mi sono stufato di pensarci e non ho fatto alcun post riassuntivo.

Ieri mi è sembrato però quantomeno carino fare un post sui buoni propositi, il cui primo è proprio essere meno pigro. E infatti il post coi buoni propositi arriva il 2 gennaio… perché mi sono messo di lena e ci ho pensato a lungo, mica perché sono pigro! E siccome sappiamo tutti che la pigrizia è il requisito fondamentale di ogni buon batterista, ma quando è troppa è deleteria in ogni campo, ho deciso che il secondo proposito è imparare a suonare la batteria. Ma dice “come, non la sapevi già suonare?”, e io dico “sì, ma voglio imparare meglio”. Per prima cosa devo risolvere un problema fondamentale: la mia camera non è a misura di batteria, ma dato che non ho di meglio, devo studiarmi un modo per farcela stare senza doverla smontare ogni volta… e quindi, tanto per cominciare, devo montarla [1]. In secondo luogo devo andare a scuola, e questo è comunque meno problematico.

Il terzo buon proposito è finire almeno una cosa iniziata. E qui sono abbastanza a buon punto, perché almeno l’Università l’ho finita, però chi mi conosce sa che in ogni momento ho mille cose progettate e mai realizzate. Se tutto va come deve andare, attorno al mese prossimo dovrei riuscire a finire almeno una cosa, e sono sicuro che farà un figurone. Il che non ci porta al quarto proposito, quindi facciamo un salto di palo in frasca ed enunciamolo: motorizzarmi, possibilmente su due ruote. Invece questo sì che ci porta al quinto proposito, che è trovare un lavoro, non necessariamente strapagato, ma quantomeno intellettualmente soddisfacente [2]. Intanto io sto lanciando la lenza a destra e a manca in attesa che qualcuno abbocchi.

Infine c’è l’evergreen, quello che compare su tutte le liste dei buoni propositi, quello che poi viene altrettanto disatteso e dimenticato entro la fine di gennaio, quello che “mannaggia, quest’anno lo faccio, mica come l’anno scorso”, e che sulle mie invece non è mai comparso: liberarsi di almeno 10, meglio 15 kili.

Detto ciò, resta da farvi gli auguri. Vista la lista, però, me li faccio anche un po’ a me.

  1. o finire di, dato che in realtà è mezza montata…
  2. e soprattutto in cui si consideri il testing una parte integrante di ogni processo di sviluppo