Kalifornia Dreaming

scritto da Andrea Franceschini il giorno 24/1/2008

KDE 4.0.0 è stato rilasciato qualche giorno fa con un grande party nei quartieri di Google a Mountain View (CA). Nonostante mi sia girato tutte le recensioni possibili, gli screencast su YouTube e continuassi a dirmi che non valeva ancora la pena di provarlo perché si tratta di una release anticipata per ragioni di marketing, non ho retto alla tentazione e mi sono scaricato KDE Four Live1.

KDE4 - Desktop

KDE Four Live è un live cd, basato su openSUSE, che certo non spicca per la rapidità di boot. Al termine delle procedure preliminari vengo salutato da uno scatolotto nero contenente le iconcine pulsanti che già conosciamo, solo che pulsano meglio. Dopo un po’ di riflessioni, l’ambiente parte. La prima cosa che ho fatto è stata provare i cosiddetti plasmoid e il risultato lo vedete lì sopra. Dunque, a quanto pare ora pressappoco tutto è un plasmoide, dalla task bar agli appunti sul desktop, compresi i bottoni della task bar che in realtà possono anche essere spostati fuori.

Il vecchio menu K è stato sostituito da questa specie di cosa che nelle intenzioni dovrebbe essere più bello e più usabile. Certamente l’integrazione con Strigi è una cosa da apprezzare2 e significa che ci stiamo finalmente avviando anche sul versante open source in direzione del desktop semantico3. Ma questa è una cosa di cui parlerò più avanti. Altrettanto certamente, se questo è il nuovo menu K, ci sarà di che lavorare. Comunque sia, io non uso praticamente mai questo menu neanche ora, per cui a me la cosa cambia poco, nell’immediato.

Smanettando su quell’aggeggino in alto a destra sulla scrivania, una voce mi ha attirato tantissimo: zoom out.

KDE4 - Desktop zoomout

A parte la tragedia per cui dopo uno zoom out, leggere “zoom in” su uno schermo 1280×800 è quasi impossibile, in tutta onestà non ho proprio capito a cosa serva. Inoltre mi sono reso conto che quelle voci lì nel coso in alto a destra (tra cui c’è quella che permette di aggiungere plasmoidi) richiedono talvolta più di un click per agire effettivamente, ma credo che questo rientri più nella parte bug della questione. Questo zoom out puzza un pochino di Spaces — Leopard anyone? — e può essere selezionato ben due volte consecutive, riducendo così il nostro povero desktop ad un sedicesimo della sua dimensione originale4. Quello che viene ridotto è il desktop con i suoi plasmoidi mentre le finestre delle applicazioni se ne stanno beate alla loro dimensione originale. O non ho capito io, oppure mi pare una cosa del tutto illogica. Tra l’altro — e per fortuna — i virtual desktop sono ancora lì.

KDE4 - Dolphin

Passiamo quindi alle cose interessanti. Dolphin è il nuovo file manager che fa solo il file manager e a me pare che prometta di farlo abbastanza bene. Konqueror è ancora disponibile a fare il suo vecchio lavoro ma francamente penso sia meglio per tutti separare i due task e far fare bene una cosa a ciascuno: che Dolphin diventi un file manager come si deve5 e Konqueror abbia la possibilità di diventare finalmente il vero concorrente di Safari e Firefox6, ma a lui ci arriviamo tra un po’. È ancora possibile dividere in due viste una finestra in modo da avere contemporaneamente la vista su due directory diverse e la barra a sinistra, ad oggi abbastanza confusa, è stata ridotta all’osso e vengono mantenute solo le funzionalità essenziali.

Parlando di desktop semantico ed integrazione con Strigi, ad ogni file che si seleziona è possibile assegnare un voto in quinti, un commento a testo libero ed una serie di tag. Non ho provato bene la cosa ma in teoria tutto questo dovrebbe contribuire ad indicizzare meglio i file e permettere a Strigi di compiere ricerche più veloci ed accurate.

KDE4 - Okular

I documenti vengono quasi interamente letti d’ufficio con Okular, il rivale dichiarato di Evince da cui mutua la filosofia di funzionamento con una marcia in più: Okular è infatti in grado di aprire non solo documenti in PDF, PS eccetera ma anche immagini e ogni altro file che ricada dentro alla semantica di “documento”. La funzione più interessante è quella che permette di aggiungere una annotazione sotto forma di “review”, una sorta di recensione personale come quelle ultime pagine rigate che si trovano in alcuni libri a stampa. Per il resto non ci ho giocato molto ma non mi è sembrato diverso nelle funzionalità da KPDF — sul quale è infatti basato.

KDE4 - KonquerorE veniamo a Konqueror, un browser di cui davvero non c’è più niente da dire: pulito, preciso, leggero, veloce. Non lo preferisco a Firefox perché gli mancano le estensioni come Firebug, Web Developer Toolbar ed altre sciocchezze che uso per sviluppare siti ed applicazioni web, unitamente ad un sacco di altri gadget estremamente interessanti tipo il bottoncino di del.icio.us, la ricerca rapida… ora: non è che abbia veramente controllato se ci sono o no ma da quel che ricordo e da quel che ho sentito dire ultimamente, Konqueror fa il suo porco lavoro di browser web e basta. Il che, comunque, è una cosa molto importante.

Con Konqueror chiudo la carrellata delle applicazioni per il desktop e passo ad illustrare rapidamente le varie impressioni sparse che ho raccolto, a cominciare da quello che una volta si chiama Control Center e ora si chiama System Settings — e si presenta in pieno stile Impostazioni di Sistema targato Mela.

KDE4 - System Settings

Bisogna convenire che il vecchio Centro di Controllo non ha speranze. È pur vero che sembra esserci poco in questo nuovo pannello ma è opportuno riflettere sul fatto che forse nel vecchio c’era troppo.

In definitiva ho trovato questa release immatura ma piena di potenzialità e voglia di fare. Ho fatto moltissimi confronti con l’interfaccia di Leopard per il semplice motivo che è palese che KDE4 vuole ispirarsi ad esso sul versante dell’esperienza utente — che è uno dei veri punti di forza della Mela. Ci sono davvero tantissime cose su cui lavorare di qui a Luglio (quando uscirà KDE 4.1.0 come da roadmap) ma un team che è riuscito ad ottenere questo risultato portando avanti in parallelo anche lo sviluppo della linea 3.5 ha la mia completa ed incondizionata fiducia. La sensazione che uno ricava è che in effetti ci siano pochi cambiamenti nella superficie e nemmeno così ben orchestrati: questo è assolutamente vero perché le grosse modifiche sono avvenute sotto coperta.

Trolltech sta effettuando i primi rilasci di Qt 4.4, che è la base fondante di KDE4, con tutte le tecnologie e le innovazioni del caso e ci sta lavorando da oltre un anno alla luce del sole. Si sa, d’altra parte, che io sono un talebano di KDE e Qt, e quindi altro non sto aspettando che poter mettere le mani sulla nuova libreria che promette funzionalità che molti attendono almeno dall’estate scorsa7.

A causa della mia dotazione grafica non sono riuscito a testare le nuove meraviglie di composizione di KWin ma mi fido. Una cosa di cui mi sono rammaricato assai, a fronte degli innumerevoli — quando assurdi — crash di cui è stato vittima il sistema durante la prova, è l’assenza di questo. Vabbè che è una cazzata, ma insomma… :)

  1. per chi usa Gentoo, ho appena controllato: è anche in Portage ma con un hard mask e slottato. Non mi andava comunque di aspettare alcune ore per provarlo e quindi ho scelto la via più breve
  2. anche se l’avrei apprezzato di più ad un livello meno nascosto, tipo Spotlight in MacOS X
  3. che è quella formula per intendere l’organizzazione dei contenuti del proprio computer non più solo secondo la vecchia gerarchia di directory e nomi ma anche attraverso descrizioni personalizzate, tag e rating
  4. vado a senso, non ho fatto misure accurate, sono inorridito prima di provarci
  5. anche se sembra che Konqueror continuerà a servire anche come file manager
  6. piano: io amo Firefox ma devo ammettere che è di una pesantezza imbarazzante. Konqueror è leggero il giusto e aderente agli standard grazie anche alla condivisione di WebKit proprio col suo “rivale” Safari
  7. una volta ho chiesto ai troll se si poteva aprire un viewport OpenGL e disegnarci dentro un cursore, i widget di Qt e usarli per interagire come niente fosse, loro hanno risposto che sì, ci stavano lavorando, si sarebbe potuto ma non prima della 4.4… capirete la mia fibrillazione :)

Storie di solitudine e allegria

scritto da Andrea Franceschini il giorno 17/12/2007

lgdd.jpgPer quelli che si aspettavano uno Stefano Benni dai modi leggeri financo amari de “Il bar sotto il mare” forse resta solo un po’ l’amaro, ma dopotutto non credo sia un male.

Ho letto quasi d’un fiato questa sua ultima raccolta di brevi strappi nell’infinito stellato - anche se io credo fermamente che in copertina ci sia una nuvola - e l’ho trovata, se così posso esprimermi, cresciuta, matura. Ora sono obbligato a spiegarmi: conosco e apprezzo l’autore da una decina d’anni, ho letto diversi suoi libri e ho sempre particolarmente apprezzato la sua abilità nel tracciare commenti sociali a rapide pennellate, con una grazia ed una ricerca dell’astrazione che trovo ammirabili ed invidiabili. La maggioranza dei suoi quadretti - e, se pure in maniera maggiore, più enfatica ed articolata, dei romanzi - rappresentano grottescamente, comicamente ed esageratamente la realtà del mondo attraverso, credo, gli occhi del suo gatto. Quello che mi ha spiazzato in questo libro, quello che me l’ha fatto trovare “maturo” è questa palese volontà di non essere comico, di non essere sarcastico, quanto la palese necessità che ha di esserlo.

Il tema fondamentale che sottende un po’ tutto il libro è la solitudine e la tristezza che c’è nella solitudine e credo avrebbe fatto tutto un’altro effetto se sviscerata in un lungo romanzo, ma qui parliamo di racconti di poche pagine, tristi, poetici e bellissimi - toccanti Una rosa rossa e Sospiro, divertente La Strega e dolcemente amaro1 I due pescatori. Centottanta pagine, in cui stanno bene incastonate sferzanti gemme di attualità, agevoli nella lettura, profonde nelle intenzioni e ad ampie campiture commoventi.

Ho solo una nota. Io non ne so molto di calcio ma Benni è un appassionato tifoso del Bologna. Durante un’incontro a Vicenza, nel 2000, in occasione dell’uscita di “Spiriti”, ci accennò al fatto di aver compiuto un grande sforzo nel venirci a trovare per via di un vecchio sgarbo che i biancorossi avevano fatto alla sua squadra. A pagina 108 si fronteggiano due squadre, quella di parte dai colori ignoti contro avversari caparbi, biancorossi e valligiani.

  1. perdonatemi, non l’ho fatto di proposito ma stava così bene…

Metropolis pt.2: Scenes from a memory (Dream Theater)

scritto da Andrea Franceschini il giorno 28/7/2007

dt-metropolispt2.jpgI Dream Theater hanno inventato il prog-metal, ed è forse col loro lavoro meno metal che hanno realizzato l’album migliore. “Metropolis pt.2: Scenes from a memory” è uno di quegli album che non si fa rivalutare ad un secondo ascolto: è complesso, organico e per la maggior parte monolitico, va ascoltato tutto d’un fiato o se ne perdono i tratti più sottili e non se ne apprezza la costruzione.

L’album si snoda attorno alla dualità tra la storie di Nicholas, un uomo che si sottopone alle cure di un ipnoterapeuta per capire perché è ossessionato da alcuni incubi che lo rincorrono ogni volta che chiude gli occhi, e la storia di un brutale crimine avvenuto anni orsono. Nicholas apprende molte cose graze alla terapia: conosce Victoria, una ragazza uccisa nel 1928, e realizza che deve scoprire tutta la verità sull’assassinio per riavere la propria pace poiché, come scoprirà più avanti, tra lui e Victoria c’è un fortissimo legame che dura oltre il tempo.

La turba interiore di Nicholas e la sua ricerca della tranquillità fanno da continuo pretesto per l’azzeccatissima alternanza tra i brani, dalle sonorità dure cui i Dream Theater ci hanno abituati a brani più leggeri, come la commovente “Through her eyes” - la cui intro strizza l’occhio ai Pink Floyd - o “The spirit carries on” in cui Nicholas, giunto alla fine della terapia, incontra Victoria presso la sua tomba e realizza tutta la verità sull’assassinio. Deciso a rivelare quello che sa, rincasa e si prepara ad affrontare il sorprendente finale anticipato dall’ultimo brano, “Finally free”.

Amo questo disco ma lo ascolto di rado: lo trovo molto complesso da digerire e alcuni passaggi sono veramente troppo pesanti. È la prima apparizione in formazione per Rudess, che assieme a Portnoy, rende sufficiente un ascolto per due mesi.

On the Sunday of Life (Porcupine Tree)

scritto da Andrea Franceschini il giorno 15/5/2007

Porcupine Tree - On the Sunday of LifeTutto comincia nel 1987 nel Regno Unito, quando Steven Wilson e Malcom Stocks decidono di creare dal nulla la leggendaria rock band anni ‘70 “The Porcupine Tree”. I due assemblano idee, registrano dischi e creano un background credibile, fino alla produzione del nastro “Tarquin’s Seaweed Farm” cui allegano pagine su questa misteriosa band. Il nastro gira il panorama underground britannico ricavandone alcune grame recensioni e l’inclusione in una compilation di musica psichedelica della neonata Delerium, con cui firmano anche il primo contratto per cui Wilson decide di prendere i migliori pezzi dal primo nastro e dal secondo nel frattempo prodotto - “The Nostalgia Factory” - e raccoglierli in “On the Sunday of Life”, del 1992.

L’album si snoda in una serie di tracce di varia fattura, talvolta ispirate ai fasti della passata musica psichedelica, talvolta più vicine al loro tempo, talvolta profetiche con già un sentore di anni ‘90, talvolta semplice gusto del divertimento. Lo sforzo di omaggiare i Pink Floyd senza cadere nella banale citazione è notevole e lo si sente, forse più che in ogni altra, in “Radioactive Toys”, brano che costituirà anche uno dei classici più richiesti nei concerti.

Abbiamo tra le mani un prodotto complesso in cui si alternano momenti di grande enfasi mistica a brani rilassati: dai toni giocosi, quasi naïve, di “Nine Cats” o “Jupiter Island” passiamo a successioni ansiogene come “Third Eye Surfer” fino ad arrivare al sussurrato “Space Transmission” che introduce “Radioactive Toys”, la necessità del libero arbitrio.

In definitiva, un gran bell’album per chi li conosce e per chi no: personalmente li ho amati con gli album più recenti ma sto imparando ad apprezzare anche i primi lavori di una band che non ha scordato di venire dagli anni ‘80.