Il canto del pinguino

scritto da Andrea Franceschini il giorno 22/2/2008

No, Happy Feet non c’entra niente — anche se è un film notevole. Oggi ho fatto una scoperta entusiasmante1 che mi ha dato una certa qual soddisfazione. Ma andiamo con ordine.

Qualche anno fa (qualcuno se lo ricorda anche direttamente) ad un certo Linux Day di Vicenza, io e altri due compadri abbiamo tirato insieme una demo di studio di registrazione formato da due DAW con Ardour, un pianoforte elettronico e una batteria acustica, a cui abbiamo saggiamente aggiunto una o due chitarre così, tanto per gradire2. Tutto filava liscio e avevamo perfino registrato un paio di brani quando, all’atto di salvare il lavoro, Ardour crashò miseramente e tutto andò perso. Lo scoramento che ne seguì mi tenne ben lontano da Ardour per gli anni a seguire fino a poco tempo fa.

In Windows ero uso sequenziare MIDI e registrare audio con alcuni programmi di dubbia provenienza3 ma c’era sempre quel nonsoché che mi lasciava l’amaro in bocca. Comunque si faceva, e anche abbastanza bene. Solo che poi il computer è morto e io sono rimasto con un povero, piccolo, sovrasfruttato portatile.

Per farla breve, ho installato Jack — consiglio di abbinarlo a QjackCtl — ho installato Timidity e ho installato Rosegarden e mi sono dato di nuovo alla sequenziazione MIDI. Nel momento in cui ho voluto registrare dell’audio mi sono dovuto dotare di Ardour. All’inizio le cose non è che andassero molto bene: Ardour crashava ancora prima di cominciare. Così mi sono rivolto speranzoso alla regia4 e la regia mi ha suggerito, in maniera assolutamente estemporanea, che FluidSynth — con l’apposita GUI QSynth — andava meglio di Timidity — boia se andava meglio, l’unico problema è stato che avevo le cuffie collegate male — e nel frattempo un uccellino mi aveva suggerito di provare con una versione precedente di Ardour.

Ebbene: in questo momento sto compiendo atti magici che coinvolgono il far funzionare le tre componenti in perfetta sintonia, gaudio e armonia universale. Più avanti magari cercherò di capire il trucco e spiegarlo a chi fosse interessato, ora voglio tornare a giocare. Queste sono le piccole cose che raddrizzano le giornate.

PS: in Windows, questo stesso portatile, avevo qualche problemino di latenze elevate (circa 40 ms, 15 con driver ASIO) e ritardi nei campionamenti. Jack, che funziona in modalità real-time, ha abbattuto le latenze entro i 5 ms e non batte ciglio.

  1. ok, io mi sono entusiasmato tantissimo, ma io sono un nerd
  2. taceremo invece sulla voce: chi sa, capirà
  3. che citerò solo per rendergli giustizia dato che si tratta di due ottimi programmi: Cakewalk SONAR e Adobe Audition
  4. quel giorno in regia c’era il GiRa, un personaggio mitologico a metà tra il sistemista e il chitarrista

Hands down - from music

scritto da Andrea Franceschini il giorno 5/11/2007

Ho qualche difficoltà ad esprimere civilmente il mio disappunto per l’uscita di Guy Hands.

Metropolis pt.2: Scenes from a memory (Dream Theater)

scritto da Andrea Franceschini il giorno 28/7/2007

dt-metropolispt2.jpgI Dream Theater hanno inventato il prog-metal, ed è forse col loro lavoro meno metal che hanno realizzato l’album migliore. “Metropolis pt.2: Scenes from a memory” è uno di quegli album che non si fa rivalutare ad un secondo ascolto: è complesso, organico e per la maggior parte monolitico, va ascoltato tutto d’un fiato o se ne perdono i tratti più sottili e non se ne apprezza la costruzione.

L’album si snoda attorno alla dualità tra la storie di Nicholas, un uomo che si sottopone alle cure di un ipnoterapeuta per capire perché è ossessionato da alcuni incubi che lo rincorrono ogni volta che chiude gli occhi, e la storia di un brutale crimine avvenuto anni orsono. Nicholas apprende molte cose graze alla terapia: conosce Victoria, una ragazza uccisa nel 1928, e realizza che deve scoprire tutta la verità sull’assassinio per riavere la propria pace poiché, come scoprirà più avanti, tra lui e Victoria c’è un fortissimo legame che dura oltre il tempo.

La turba interiore di Nicholas e la sua ricerca della tranquillità fanno da continuo pretesto per l’azzeccatissima alternanza tra i brani, dalle sonorità dure cui i Dream Theater ci hanno abituati a brani più leggeri, come la commovente “Through her eyes” - la cui intro strizza l’occhio ai Pink Floyd - o “The spirit carries on” in cui Nicholas, giunto alla fine della terapia, incontra Victoria presso la sua tomba e realizza tutta la verità sull’assassinio. Deciso a rivelare quello che sa, rincasa e si prepara ad affrontare il sorprendente finale anticipato dall’ultimo brano, “Finally free”.

Amo questo disco ma lo ascolto di rado: lo trovo molto complesso da digerire e alcuni passaggi sono veramente troppo pesanti. È la prima apparizione in formazione per Rudess, che assieme a Portnoy, rende sufficiente un ascolto per due mesi.

La Lauda di Francesco

scritto da Andrea Franceschini il giorno 4/6/2007

A Vicenza fanno, da tre anni a questa parte, il festival biblico - che io spero essere un po’ più serio dell’immagine che questo nome mi evoca, di cardinali, vescovi e prelati varii in tunicone che cantano e danzano nelle navate centrali delle grandi cattedrali, circondati da pubblico adorante, festoni, coriandoli luci e disco music, convinti di partecipare ad un musical dei seventies.

No, dev’essere una cosa molto più noiosa. Ma di fatto, quest’anno, a chiusura della kermesse teologica, hanno chiamato Angelo Branduardi ad intrattenere la platea nella suggestiva cornice del Piazzale della Vittoria, antistante la chiesa di Santa Maria di Monte Berico. E il buon menestrello ha ben pensato di proporre un sintetico ma intenso abstract dalla sua Lauda di Francesco. Niente coreografie, niente effetti speciali come l’opera richiederebbe - forse i frati di Monte Berico non l’hanno ritenuto opportuno - ma solo un personaggio di grande sensibilità, umorismo ed autoironia che ha presentato la figura di Francesco d’Assisi, frate ed uomo.

Se un Dio esiste, ha certo un suo umorismo teatrale: la pioggia che infastidiva chi non s’era munito di ombrello si è placata per la durata dello spettacolo salvo riprendere nonappena alcuni porporati sono saliti sul palco per dare fiato alle trombe.

E no, “Alla fiera dell’est” non ci è stata risparmiata, ma in compenso l’abbiamo cantata tutti in coro.

On the Sunday of Life (Porcupine Tree)

scritto da Andrea Franceschini il giorno 15/5/2007

Porcupine Tree - On the Sunday of LifeTutto comincia nel 1987 nel Regno Unito, quando Steven Wilson e Malcom Stocks decidono di creare dal nulla la leggendaria rock band anni ‘70 “The Porcupine Tree”. I due assemblano idee, registrano dischi e creano un background credibile, fino alla produzione del nastro “Tarquin’s Seaweed Farm” cui allegano pagine su questa misteriosa band. Il nastro gira il panorama underground britannico ricavandone alcune grame recensioni e l’inclusione in una compilation di musica psichedelica della neonata Delerium, con cui firmano anche il primo contratto per cui Wilson decide di prendere i migliori pezzi dal primo nastro e dal secondo nel frattempo prodotto - “The Nostalgia Factory” - e raccoglierli in “On the Sunday of Life”, del 1992.

L’album si snoda in una serie di tracce di varia fattura, talvolta ispirate ai fasti della passata musica psichedelica, talvolta più vicine al loro tempo, talvolta profetiche con già un sentore di anni ‘90, talvolta semplice gusto del divertimento. Lo sforzo di omaggiare i Pink Floyd senza cadere nella banale citazione è notevole e lo si sente, forse più che in ogni altra, in “Radioactive Toys”, brano che costituirà anche uno dei classici più richiesti nei concerti.

Abbiamo tra le mani un prodotto complesso in cui si alternano momenti di grande enfasi mistica a brani rilassati: dai toni giocosi, quasi naïve, di “Nine Cats” o “Jupiter Island” passiamo a successioni ansiogene come “Third Eye Surfer” fino ad arrivare al sussurrato “Space Transmission” che introduce “Radioactive Toys”, la necessità del libero arbitrio.

In definitiva, un gran bell’album per chi li conosce e per chi no: personalmente li ho amati con gli album più recenti ma sto imparando ad apprezzare anche i primi lavori di una band che non ha scordato di venire dagli anni ‘80.