Vita vegetale

scritto da Andrea Franceschini il giorno 28/11/2008

Vita vegetale

via Repubblica.it

Per fortuna l’Europa c’è

scritto da Andrea Franceschini il giorno 25/11/2008

Del mercato europeo si parlava da molto prima dell’Euro, e perfino della Costituzione Europea. Diciamo che se ne parlava da almeno trent’anni e pure più.

Eppure al negozio (con le insegne VISA, Mastercard, AmEx e Cirrus/Maestro) non paghi con la carta meno di dieci euro e sul sito delle ferrovie la moneta elettronica (i.e. VISA Electron) non è accettata. Metteteci che prima di farvi dare un IBAN completo dovete spiegargli che cos’è, perché vi serve e dove lo trovano e non avete esattamente l’immagine del paese moderno che invece si ha della Spagna.

EDIT: Alla fine ho dovuto fare una coda mortifera alla stazione (e per fortuna che sono arrivato dopo le 16 perché prima i biglietti AVE e lunga percorrenza non si vendono e io non è che lo sapevo…) perché alla stazione Sants l’unica speranza (esclusi gli sportelli che già comunque versavano in condizioni penose) era l’automatica che però bisognava essere già clienti (con tessera cliente) e aver acquistato il biglietto prima, senza contare che “se ce l’ha già stampato, non serve stamparlo da qua”. Così sono tornato mesto mesto alla stazione di França, ho fatto la coda e in relativamente poco tempo il solerte impiegato mi ha fatto i biglietti. Peccato che la mia carta Maestro non funzionasse (ma come, al supermercato funziona sempre…) e invece, indovinate un po’? La Visa Electron sì.

Ma dico.

Awkwardness pt.2

scritto da Andrea Franceschini il giorno 21/11/2008

Allora, tanto perché qua di cose awkward ne succedono ogni due minuti, oggi uno dei due italiani mi chiede una cosa su Octave che però non sapevo. Così chiedo al volo via email ad uno che ne sa, ottengo risposta e gli faccio: “nel frattempo sei riuscito a fare quella cosa che mi chiedevi?”. È seguito un lungo attimo di sbigottimento ed è uscito che mimetizzarmi tra gli spagnoli mi riesce abbastanza bene. Fine del momento awkward.

Oggi c’erano le porte aperte alla UPF, presentavano le varie attività al popolino e il salone preposto era strapieno di gente che blaterava cose in catalano. Così mi sono diretto nella saletta del reacTable sperando che non ci fosse ressa — ah, beata ingenuità — e la gente faceva proprio le bizze, si strappava i capelli, scene di isteria, tutti a sommergere tutti di domande (compreso me quando hanno capito che qualcosina ne sapevo — tranne il catalano, ovviamente, ma quello l’hanno capito troppo tardi) e tutti uscivano felici e contenti.

Io dico che se facevano una cosa del genere a Padova, anche solo con la RoboCup coi cagnolini che giocano a calcio, la reazione era “tagliatevi i capelli e andate a lavorare”.

The next big thing

scritto da Andrea Franceschini il giorno 20/11/2008

Allora, oggi c’era una sessione di ascolto con questionario circa la sintesi del cantato. Io ci volevo pure andare ma poi mi sono scordato, per fortuna che l’organizzatore, ad una certa ora, visto che non andava più nessuno, ha pensato di fare un giro per gli uffici.

Ora inizia la parte per chi sa cos’è un Lolcat, gli altri possono saltare oltre. In breve, alle 16 entro nello studio di registrazione, mi guardo in giro, non vedo nessuno, faccio per uscire e mi trovo dietro il tipo suddetto, alché di botto gli faccio “O HAI” e lui mi risponde “I MADE YOU A COOKIE”.

Vabè, non ha detto proprio così, comunque i biscotti c’erano davvero — lui me ne ha solo offerto uno — e io O HAI l’ho detto davvero, è che subito mi è sembrata assolutamente una scena da Lolcat. Fine della parentesi, veniamo alla parte interessante

La sessione di ascolto consisteva nell’ascoltare alcuni frammenti di cantato di cui non si sapeva a priori se era una voce vera o una voce sintetica realizzata con vari algoritmi allo stato dell’arte. Il questionario chiedeva di valutare alcuni parametri, tipo se comunicava emozioni, se era nasale, se si riteneva che il cantante fosse bravo eccetera. Ho un po’ di esperienza nell’ascoltare voci sintetiche, per cui mi è stato abbastanza facile individuarle — per dire, c’era quella simpatica e famosa sequenza di acuti [1] dell’aria della Regina della Notte che manda in crisi più di una cantante, e nel segmento che ho ascoltato erano riprodotti con una tale precisione e con un attacco troppo lento per essere una vera voce. Solo una mi ha mandato completamente in palla: il segmento con la voce vera era il successivo e quando me ne sono accorto (al confronto la differenza è sottile ma percepibile) sono rimasto letteralmente basito: il calore, la passione, le sfumature del flamenco e le imprecisioni delle voci non istruite proprio non sono facili da fingere.

Eppure, io ho l’impressione che ormai anche la East West Symphonic Orchestra sia superata e comincio a temere per la già cagionevole salute della qualità dell’industria musicale.

  1. Qui a 0:50.

Awkwardness

scritto da Andrea Franceschini il giorno 19/11/2008

Sono un paio di giorni che qua dentro stanno succedendo delle cose che per descriverle non ho trovato altra parola che “awkward” [1] e per cui devo aspettare che la gente esca per ridere. Ieri, per esempio, è arrivato questo tipo. Dall’accento del suo inglese si capiva che era spagnolo o italiano, e dato che parlava inglese con uno spagnolo, questo mi ha fatto sospettare fortemente per l’italiano. Insomma, discutevano della nuova postazione di lavoro di questo qui, che è proprio di fronte alla mia. Poi si sono messi a parlare del lavoro che doveva svolgere e io, per chissà che motivo, ho alzato ed abbassato gli occhi. Lo spagnolo s’è azzittito, ha fatto un segno e sono usciti di corsa nel salottino, lasciandomi lì basito…

Poco fa il detto personaggio, non lo spagnolo, è rientrato dalla pausa pranzo con un amico. Dato che sono solo nell’ufficio, il suo amico mi chiede in spagnolo se può mettersi nell’ultimo tavolo libero a lavorare. Gli dico di sì, che per me non c’è nessun problema, ringrazia e fa all’altro: “caffè?”. E in quella si mettono a discutere del fatto che la Lavazza giù non dà il resto, “vabbè, ma non c’è problema, ho novanta centesimi”, sussurrando e subitaneamente alzando la voce dopo aver varcato la soglia.

Io, sempre più basito, li ho seguiti con lo sguardo giù per le scale.

Domani vengo con un cartello: soy italiano y no soy ningun, por aquí. Magari smetto di far paura…

  1. Che poi, secondo me, è una parola bellissima in sè e per sè…